La bandiera che non si può toccare, le vittime che non meritano scuse


bandiera turca

La bandiera turca

Tace il mio blog, ma non sono mai taciute in realtà le proteste in Turchia. Per tutti questi mesi, a partire dallo scoppio delle proteste del movimento di Gezi nel Maggio 2013,  quasi ogni mese c’è stato almeno un pretesto per assistere all’ormai ripetitivo teatrino della polizia e dei manifestanti per le strade.

La partecipazione alle proteste è molto cambiata. Non sono più manifestazioni generali, che includono trasversalmente molti profili sociali diversi. Tante persone ormai manifestano il loro dissenso da casa, condividendo articoli, intavolando forum e discussioni, partecipando a cortei locali con richieste precise. Altri invece continuano a prendere parte alle proteste annunciate sui social media, alcune delle quali sono le classiche di ogni anno (vedesi es. quella del 1°Maggio), altre invece stimolate dagli eventi (come la tragedia di Soma e la contestata gestione della crisi da parte del governo).

Non cambia invece la modalità di reazione delle forze dell’ordine, che vede soltanto la novità delle bombe acustiche. Non cambiano neanche i metodi repressivi verso la libertà di informazione, con l’episodio del giornalista della CNN International interpellato dalla polizia e sollecitato minacciosamente di fornire i documenti mentre stava svolgendo un servizio in diretta.

Ormai Istanbul sembra una città sotto assedio, con camionette della polizia pronte ad intervenire ad ogni angolo.

Negli ultimi giorni, tristemente le notizie si sono spostate altrove: a Lice, località nella provincia di Diyarbakir,  già scenario di proteste questa estate a causa della costruzione di una nuova caserma delle forze dell’ordine, alla quale i cittadini del luogo sono contrari. Le proteste contro la caserma erano iniziate di nuovo in queste ultime settimane. Secondo l’Hurriyet Daily News, i manifestanti stavano bloccando l’accesso all’autostrada quando la polizia ha aperto il fuoco. I proiettili questa volta erano veri e le vittime sono state due, Ramazan Baran, 26 anni, e Baki Akdemir di 50 anni. A questo lutto ha seguito una reazione a catena in diverse città del paese, con scontri piuttosto accesi con la polizia nei quartieri a maggioranza abitati da curdi nella zona di Gazi e Okmeydan.

In tutta risposta, mentre si svolgeva il funerale di una delle vittime con seguente scontro con la polizia, un individuo con il viso coperto è salito sul palo della bandiera turca della base aerea militare nella città di Diyarbakir e l’ha tirata giu’. L’atto è stato condannato veementemente a gran voce dalle forze della maggioranza e dell’opposizione, seguiti dalle voci di molti cittadini sui social media. Ciliegina sulla torta le parole del premier Recep Tayyıp Erdoğan, che ha commentato che se anche fosse un bambino, l’uomo mascherato dovrà pagare per quello che ha fatto. Questa sera, manifestazioni per il sostegno “alla bandiera” si sono tenute a Istanbul.

 

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Licenziata Yasemin Taskin, corrispondente per Sabah dall’Italia


E’ stata licenziata il giorno stesso della pubblicazione su Repubblica dell’intervista del marito Marco Ansaldo  con il leader religioso Fetullah Gulen.

Racconta alla Repubblica “Mi era già successo un’altra volta, tanti anni fa, nel ’98”, quando suo marito aveva intervistato Abdullah Ocalan, leader del PKK.

L’intervista di Ansaldo con Gulen, pubblicata lo scorso venerdì 28 Marzo, riportava rivelazioni piuttosto intense del capo religioso, nonchè osservazioni quantomai calzanti riguardo alla polarizzazione della società turca e il conseguente rischio per la democrazia. Per leggere l’intervista integrale: http://www.repubblica.it/esteri/2014/03/28/news/erdogan_parla_di_golpe_per_sfuggire_alla_giustizia_la_turchia_in_pericolo-82107139/?ref=HREC1-11

Yasemin Taskin, giornalista turca moglie di Marco Ansaldo, fino allo scorso venerdì era corrispondente dall’italia per il giornale Sabah (“Mattino”). La sua intevista integrale per Repubblica potete trovarla qui. 

 

Retroscena

Fetullah Gulen, di origini turche, è il leader religioso dell’Islam più influente al mondo, che dal suo autoesilio negli Stati Uniti coordina una rete di scuole private sparse in ogni continente e vari organi mediatici.

In questo momento, per il partito di governo AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), Fetullah Gulen rappresenta una minaccia, da quando il leader ha deciso di ritirare il suo sostegno al governo, in seguito agli scontri di Gezi. A dicembre il contrasto tra AKP e Gulen è uscito a galla, con l’apertura di un mega processo tangentopoli durante il quale molti ufficiali del corpo della polizia turca sono stati licenziati,  e alcuni ministri perchè accusati di corruzione.

 

 

Intervista con Mehmet Said Aydin


Nato a Kızıltepe (Mardin) nel 1983, Mehmet Said Aydın si è laureato in letteratura turca. Lavora come editore e traduttore. Scrive una rubrica settimanale per Birgün ogni lunedì, giorno in cui va in onda il suo programma di letteratura curda su Acık Radyo.

Pensi che Acık Rdyo sia una piattaforma adeguata per il tuo programma?

Acık Radyo è l’unica piattaforma adatta al mio programma. Ci sono molte radio di sinistra, anche radio alevite o curde, ma non sono media di massa. Acık Radyo invece è molto ascoltata, non ha mai fatto razzismo e non ha mai mandato messaggi aggressivi nei confronti di nessuno. Io non sono lì per fare radio ma per insegnare qualcosa.  Scrivo anche per BirGun ogni lunedì perciò quelli che mi seguono in radio sono gli stessi che leggono anche i  articoli. Sul giornale scrivo di politica mentre alla radio mi occupo di letteratura. Quattro o cinque anni fa non sarebbe stato possibile fare un programma del genere. Abbiamo vissuto cose molto strane dal punto di vista linguistico in passato. Adesso stiamo vivendo un panorama più libero, ma questo non è avvenuto in maniera spontanea. Nessuno è venuto a regalarci i nostri diritti linguistici. I curdi sono in lotta da 30 anni ed è grazie a questa guerra che abbiamo conquistato questa libertà. Perciò il fatto che io stia facendo questo programma adesso non è solo merito mio. Sono anni che i curdi stanno lavorando su questo problema, ne stanno parlando, stanno lottando, stanno cantando canzoni a riguardo, scrivendo libri, facendo film. Alcuni di loro putroppo sono finiti anche in prigione. Io faccio questo programma mentre altre persone stanno scrivendo libri, traducendo. I curdi comunque non sono ancora liberi. Alcune persone sono ancora in prigione soltanto per aver scritto in curdo. Piano piano stiamo trovando la strada verso la libertà. Per esempio io scrivo per Bir Gun, che è un giornale legato a Devrimci Yol o meglio all’attuale partito ÖDP, il quale non rispecchia la mia visione politica. La mia rubrica ha anche questo senso: spiegare a coloro che non la pensano come me. È importante spiegare in questo contesto il nostro essere curdi, quello che abbiamo vissuto. È anche importante spiegarlo ad Acık Radyo. Potevo scrivere queste cose per dei media curdi, ma non sarebbe stato altrettanto significativo. Non è una cosa che faccio per me stesso, lo faccio per la nostra cultura, la nostra tradizione, la nostra posizione politica. Per questa ragione dò valore al mio programma in radio, ai mie articoli su Bir Gun, alle mie traduzioni, alle mie poesie.

Secondo te è vero che sta avvenendo un cambiamento per quanto riguarda la problematica dei curdi?

Si, sta cambiando ma come ho già detto questo cambiamento non è spontaneo. Questo tavolo se lo lasci qui per tre anni con la pioggia con il freddo e con il vento cambia forma, cambia il colore, può deformarsi. Questo non è un cambiamento, è uno sviluppo. Noi abbiamo preso una cosa e l’abbiamo messa in un altro posto. Sono stati obbligati a cambiare la situazione. Sono stati obbligati ad accettare. Non è una cosa che è venuta da loro. Non voglio dare troppa importanza all’operato del governo. Semplicemente non gli abbiamo lasciato altra scelta. Non poteva essere peggio.

Come può cambiare lo stereotipo riguardo ai curdi e come avverrà la reale integrazione culturale?

Non c’è bisogno di parlare di integrazione. Non è qualcosa che possiamo cambiare spiegando. Se fosse stato così l’avremmo già cambiato molto tempo fa. È già stato detto tutto quello che poteva essere detto fino a adesso. “Ci siamo sposati tra di noi”, “abbiamo mangiato il pollo alla stessa tavola”: questo è romanticismo e sto usando questo termine in un’accezione negativa. Non era una cosa reale. Per questo abbiamo fatto la guerra per tanti anni. Adesso ci conosceremo veramente. Il sud est vivrà uno sviluppo economico. Con la fine della guerra la gente comincerà a lavorare, a guadagnare soldi, viaggeranno di più, potranno andare in vacanza e venire qua. Ci saranno più contatti. È cambiata davvero la situazione tra Irlanda e Inghilterra? Secondo me non così tanto. È cambiata la situazione con i catalani? È cambiata la situazione in Palestina? Non è cambiata. Potrebbe essere che le opinioni tra curdi e turchi non cambieranno mai. Noi vivremo anche così.

Cosa ha significato il movimento di Gezi park riguardo questo discorso?

Per la prima volta nella storia di questo paese eravamo tutti dalla stessa parte. Arabi, curdi, aleviti. Io conoscevo persone turche, laz, già da prima. Eravamo amici. Gezi park ci ha portato ad essere più vicini e più uniti. Ci siamo resi conto di essere tanti. Si sono resi conto che c’erano anche i curdi. Si sono resi conto di che tipo di media hanno seguito finora. È stata un’importante presa di coscienza. Anche per me lo è stato. È stato un’importante movimento di massa. Adesso mi sento più istanbuliota. Ho avuto la sensazione che se mi succedeva qualcosa avrei avuto persone intorno ad aiutarmi.

Quali sono state le esperienze della tua vita in relazione all’essere curdo?

Cose molto semplici. Ero ad Ankara per studiare letteratura turca, stavo facendo il master. Conosco il turco molto meglio di un turco medio. Per quanto può essere buffo e ironico è così. Essendo curdo ho dovuto lavorare molto di più sul mio turco. So il turco molto meglio di un militante del partito di MHP. Amo questa lingua molto di più di loro. Ero nella zona di Kizlay, centro della città, e stavo parlando con mia cugina al telefono. Parlavo di cose normali in curdo e un ubriaco mi ha aggredito perchè stavo parlando la mia lingua. Questa è una cosa così normale e frequente. Qualcuno può aggredirti perché parli la tua lingua. Ho vissuto tante cose di questo tipo, e non l’ho vissute soltanto io, l’hanno vissute tutti i curdi. Nell’autobus non parliamo curdo. Mia madre tutt’oggi non vuole parlare curdo con me al telefono. Sono 11 anni che vivo a Istanbul, ho 30 anni, scrivo per un giornale, faccio un programma in radio, parlo di cultura e letteratura curda, ma ancora al telefono mia madre mi dice di parlare turco. Perché c’è ancora questa paura. Se parlo curdo in strada qualcuno può farmi del male. O per il fatto che ho la barba. Per il fatto che sono chiaramente curdo la polizia mi ferma per strada e mi chiede il documento d’identità. A Kadikoy c’è la Is Bankasi e lo stesso poliziotto mi ha fermato per una settimana di fila nello stesso posto. L’ultima volta gli ho detto: ‘ti piaccio?’ Sette giorni passo dalla stessa strada e sette volte mi fermano. Questo tipo di cose.

Da quanto tempo vengono stampati i libri in curdo?

Sono sempre stati stampati ma non era legale. Da 15 anni a questa parte sono nate case editrici che pubblicano anche testi in lingua curda.

Perché hai studiato letteratura?

Avevo un professore di letteratura molto bravo al liceo. Forse la mia voglia di studiare letteratura viene proprio dal buon rapporto che avevo con lui e dal fatto che lui stesso voleva che studiassi letteratura. Il mio primo libro è stato dedicato a lui. Aveva 26 anni quando è stato ucciso e io ne avevo 20.  3 Marzo 2003, di mattina, l’anno ucciso mentre era a scuola. Una delle tante cose che ha fatto il nostro stato. E poi la letteratura mi piaceva, mi piaceva la letteratura classica, la letteratura ottomana, ero curioso, volevo venire a Istanbul. Mio padre era qui prima degli anni ’80, stava studiando nel ’78 Economia all’Università di Istanbul e l’hanno cacciato dalla scuola a causa della sue idee politiche, volevo venire a riscattare la sua esperienza.

Qual è il ruolo della donna nella cultura curda?

La società curda, al contrario di ciò che si pensa, non è basata su un sistema famigliare patriarcale. Al contrario le donne sono in prima linea nella vita quotidiana. Forse a partire dagli anni ’70 questa tendenza si è andata a perdere, ma 300 anni fa era così. Lo vediamo dai testi e dai libri. Nel XI e nel XII sec. non c’erano poetesse nella letteratura ottomana, ma in quella curda si. La donne è anche un tema molto più frequente nella letteratura curda rispetto a quella ottomana. Oltre a questo, le donne hanno un ruolo molto importante anche nella vita politica e nella militanza. È stata fondata un’organizzazione delle donne all’interno del PKK. Le donne sono ascoltate nella società curda. Questa è una cosa che non tutti sanno della cultura curda. Anche i curdi sono musulmani e vivono molte della tradizioni musulmane in maniera più intensa ma la questione delle donne è una cosa molto importante all’interno dell’organizzazione. Questo era così prima e Ocalan stesso ha sottolineato più volte l’importanza della donna  e l’importanza di dimostrarle rispetto.

Anche le donne turche prendono in considerazione l’esempio della donna curda.

Si, il movimento femminista turco è ancora molto nuovo. È solo da 20 anni che si parla di queste tematiche. Prima non c’era nessun organizzazione, nessun partito che si occupasse del problema della donne. È normale che le femministe turche diano valore all’esperienza delle donne curde. Quando qua non c’era niente, là c’era già. Perché le donne da noi erano già organizzate, stavano già lottando.

Parlando della società civile si prende come riferimento il terremoto di Marmara. Che cosa pensi di questi movimenti civili?

Non vedo il terremoto di Marmara come una cosa molto importante per la società civile in Turchia. Anche se le ONG in quel momento si sono riunite non vedo come questo possa essere considerato un fatto di parciolare rilevanza. Perché guardo soprattutto all’attivismo politico della società civile. Penso che sia normale che nei momenti di crisi le ONG si siano riunite. Non è stato con il terremoto di Marmara che le ONG hanno dato un contributo a livello politico. Si, chiaramente adesso con l’apertura all’Unione Europea le ONG sono aumentate, hanno più fondi, ma alla fine non è cambiato molto a livello di mentalità. Quelle che avevano potere prima sono quelle che hanno potere adesso. AKUT per esempio ha avuto molta visibilità durante il terremoto ma alla fine dell’emergenza non hanno continuato il lavoro. Non hanno detto niente allo stato e al governo per prendere misure tali da prevenire altri disastri. Per esempio non hanno detto niente sul perché non ci siano controlli sugli edifici e sul lavoro degli architetti. Hanno aiutato nei momenti di emergenza e poi sono tornati a casa. Per esempio l’azione di Acik Radyo e di SITAP sia un’azione più politica. Credo che le ONG siano importanti quando fanno politica.

Qual è il problema alla radice delle ONG?

Il problema è che non c’è una tradizione di società civile in questo paese. Perché parliamo soltanto adesso di femminismo e di LGBT? Perché la gente inizia a capire solo adesso il problema del razzismo? La stessa domanda vale per la società civile. È una cosa molto nuova che nemmeno lo stato conosceva. Non ha una base. Ok, facciamo per esempio che ci incontriamo, lavoriamo insieme e decidiamo di fondare una ONG per i diritti dei bambini. Vogliamo aprire una sede ma non abbiamo i soldi per l’affitto. Arriva un quarto e dice: ‘va bene, i soldi li metto io’. Le ONG hanno iniziato solo adesso ad avere fondi. Sono iniziati ad arrivare e lo stato ha imparato a conoscere le ONG. L’Unione Europea le conosce. In questo modo piano piano stanno crescendo.

Dall’Europa all’Asia in 4 minuti


erdoğan-marmaryÉ stato inaugurato ieri 29 Ottobre il tunnel sottomarino che collega Asia e Europa sullo stretto del Bosforo a Istanbul in quattro minuti. L’inaugurazione è avvenuta in occasione della festa della Repubblica di Turchia, che ha celebrato il suo 90esimo anniversario. In prima fila sul primo vagone il premier turco Recep Tayyip Erdoğan e dal presidente Abdullah Gül, accompagnati dal primo minostro giapponese Shinzo Abe, quello rumeno Victor Ponta e il presidente somalo Sheikh Mahmud.

Per la città, manifesti raffiguranti Erdoğan che dichiara che finalmente il sogno è diventato realtà. Non solo un grande progetto finalmente portato al termine quindi, ma un successo del governo, un evento di portata mondiale, secondo a quanto dichiarato dal Primo Ministro Turco. Il tunnel sottomarino, il più profondo del mondo, lungo 1,4 chilometri e che permette di raggiungere l’Asia dall’Europa in soli 4 minuti, è parte di un progetto di rete ferroviaria lunga più di 50 chilometri.

Il Marmaray però ha già subito dei problemi tecnici oggi, quando a causa di un salto dell’elettricità, sono stati sospesi i primi viaggi sotto il mare, annunciati tanto fieremente gratuiti per 15 giorni dal Primo Ministro. L’Ordine degli Architetti e Ingegneri (TMMOB) di Istanbul aveva già avverito ieri sui rischi di un tunnel ancora non sicuro al 100% e criticando l’inappropriatezza del progetto in una zona ad alto rischio sismico.

il percorso di Marmaray, dall’Europa all’Asia

Turchia: lanciato il pacchetto “democratizzatore”


Il tanto atteso pacchetto di riforme rimandato nell’ultimo mese è stato finalmente presentato oggi dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan.

Un preambolo ampio e ripetitivo, molti ringraziamenti a figure politiche del passato, omaggi ai “martiri” della guerra al terrorismo e poche frasi, succinte e dirette, sulle riforme. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, durante la presentazione del tanto attesto “pacchetto democratizzazione”, si è impegnato per celebrare i suoi 11 anni di operato ed elogiare gli obiettivi raggiunti e gli ostacoli superati. Dopo aver ripetuto insistentemente la funzione iniziativa del pacchetto, sottolineando l’impossibilità di soddisfare in una sola volta tutte le richieste, ha precisato che questo è solo l’inizio, “il primo passo” verso una Turchia delle libertà e democratica.

A seguito del lungo preambolo, sono stati chiariti i punti centrali del pacchetto. È stata annunciata la legalizzazione dell’insegnamento in lingue diverse dal turco presso le scuole private. In tema di lingua, la novità più sorprendente è la libertà di utilizzo di altre lingue diverse dal turco per la comunicazione politica e le campagne elettorali, purché affiancante la lingua ufficiale del paese e non certo al suo posto. È stata poi annunciata l’apertura alle tre lettere fino ad ora non permesse nell’alfabeto turco, perché appartenenti alla lingua curda (Q, X e W) e i nomi delle località curde potranno finalmente essere scritti e utilizzati ufficialmente.

Tra le altre misure rivolte alle minoranze, sono state menzionate anche il cambiamento del nome di un’università in omaggio a un famoso personaggio armeno, la restituzione del monastero Mor Gabriel ad un’associazione di siriaci e l’istituzione di centri di cultura e lingua Rom. Inoltre, saranno inasprite le pene per coloro che sono accusati di incitare all’odio e alla discriminazione.

Per quanto riguarda il sistema elettorale, molto discusso a seguito delle proteste di Gezi Park, è stato ufficialmente aperto il dibattito riguardo alla soglia di sbarramento (attualmente al 10%) e il governo ha proposto tre opzioni: il mantenimento dello status quo, l’abbassamento al 5% o la totale abolizione della soglia. Un cambiamento positivo invece è stato l’accesso ai sussidi per i partiti, per il quale è stata abbassata la soglia dal 7 al 3 % (in base al risultato elettorale). Le riforme toccano anche la legge sulla privacy e la libertà di manifestazione.

Punto scottante del pacchetto è invece la liberalizzazione del velo negli uffici pubblici, come già titolano molti quotidiani stranieri. La liberalizzazione però non si estende agli ufficiali della polizia, dell’esercito e tutti quei pubblici ufficiali per i quali esiste una divisa. Questa decisione, insieme a quella di non pronunciare più l’“andı” nelle scuole elementari – una sorta di ode alla “turchicità” recitato ogni giorno dagli alunni – è destinata a creare malumori tra le frange kemaliste, che ancora temono la minaccia ai valori fondanti della Repubblica e al patriottismo basato sugli stessi.

Se il pacchetto era tanto atteso, era anche perché era stato presentato come una  necessaria risposta alla richiesta del BDP (Partito per la Pace e la Democrazia) e del PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) di presentare il piano del governo in termini di rispetto e diritti per le minoranze, in seguito alla dichiarazione dell’inizio del processo di pace tra il movimento ribelle curdo e lo stato turco e il ritiro parziale dei gruppi armati curdi dal territorio nazionale.

Erdoğan ha tuttavia affermato che il pacchetto non è stato frutto di trattative né di pressioni. Si aspettano adesso le reazioni della popolazione e dei partiti di opposizione a delle riforme che in qualche modo costituiscono un punto di rottura storico, non tanto per le poche liberalizzazioni in termini di diritti alle minoranze, ma dal punto di vista politico – se davvero si aprirà il dibattito sulla soglia di sbarramento – e sociale, a causa dei possibili conflitti con l’ideologia kemalista. Intanto, segnali positivi sono già giunti dall’Unione Europea, che ha fatto sapere di star aspettando la pubblicazione del testo integrale per un’analisi accurata.

Turchia: i gradini della resistenza, #direnmerdiven


Lo scorso mercoledì un abitante del quartiere di Cihangir a Istanbul ha pitturato delle scalinate della zona con i colori dell’arcobaleno. Il comune le ha ripitturate di grigio la notte stessa. Da allora è in corso una nuova protesta in Turchia: quella dell’arcobaleno.

Foto da Facebook, Istagram e Twitter. Sito delle scale colorate in Turchia:
http://gokkusagidevrimi.tumblr.com/
Önder Zenta Taşkaya, Kıvanç Sert

Non si fermano i giovani turchi. Finita l’estate e la festa religiosa del Ramadan, i cittadini hanno già cominciato a dar segni d’insofferenza verso le istituzioni. Questa settimana sono state delle scale dipinte color arcobaleno a riportare i giovani per le strade (anzi, per le scale). Lo scorso mercoledì un abitante di Cihangir, a Istanbul, ha concluso il suo contributo al vicinato, che già aveva suscitato curiosità al suo nascere, finendo di dipingere le scalinate del quartiere che scendono verso il Bosforo dei colori dell’arcobaleno.  Foto delle scale multicolore hanno invaso i social media, accompagnati da commenti di allegria e soddisfazione. Al mattino seguente, le scale erano tornate grigie. Nonostante l’iniziale smentita del comune, sarebbe stata l’amministrazione locale a dare l’ordine di riportare i gradini al loro colore iniziale. Nei giorni seguenti un nuovo hashtag ha spopolato su twitter: #direnmerdiven, letteralmente traducibile come #resistenzascale.

I cittadini indignati per la scelta di censurare l’opera pubblica e spontanea del quartiere di Cihangir si sono organizzati sui social media e nel giro di qualche giorno hanno lanciato eventi locali per “ripitturare” la città dei colori della pace, in alcune zone ottenendo il consenso del comune. In diversi quartieri di Istanbul, Ankara, Izmir, Diyarbakir e Çanakkale i gradini dei luoghi pubblici si stanno lentamente ricoprendo di colori, simboli della pace e slogan per uguaglianza sociale e contro l’oppressione delle istituzioni.

Ormai, più che una lotta contro il governo, le proteste nel paese, che stanno cambiando forma e si rinnovano ogni giorno, sembrano delinearsi come proteste contro “il sistema” e le istituzioni, attraverso i tanti mercatini di baratto tenutisi durante tutta l’estate, i forum di discussione, i cinema e i concerti all’aperto.  Una sorta di ribellione contro le imposizioni dall’alto, contro il consumismo sfrenato che ha investito il paese negli ultimi anni, una richiesta di riappropriazione degli spazi pubblici e una voglia di ritrovarsi “faccia a faccia”, riscoprendo i legami di quartiere e la forza della comunità.

I gradini della resistenza probabilmente saranno solo la ripresa iniziale di un movimento che appare spontaneamente, genuinamente e fermamente convinto di riuscire, passo per passo, a cambiare qualcosa.

Twitter: @isabilas

 

 

 

 

Cosa succede adesso a Istanbul (o cosa succederà)?


È stato un inizio di estate particolare a Istanbul. Il paese ha vissuto per qualche settimana il sogno di una rivoluzione. Alcuni erano davvero convinti che avrebbero ottenuto, se non le dimissioni del governo AKP tanto richieste dagli slogan dei cortei, un cambio radicale dello scenario politico.

Nelle ultime settimane, durante le quali si sono susseguiti episodi di scontri tra polizia e manifestanti in diverse parti della città, i “capulcular” (spregiativo usato dal primo ministro Erdogan e adottato di buon grado dai manifestanti) si stanno rendendo conto di essere in una situazione molto peggiore di quella che credevano.

Non solo è aumentata la pressione, ma la reazione del partito di opposizione e del resto della classe politica ha dimostrato la realtà di un paese ancora non in grado di offrire rappresentanza politica a una fetta piuttosto consistente dell’elettorato.  Le proteste hanno portato ad una stretta di vite. Multe per coloro che hanno partecipato a tencere ve tava, (pentole e padelle), un’originale dimostrazione di dissenso e supporto per le proteste consistente nel generare rumore con stoviglie dalla finestra di casa a partire dalle 9 di sera; divieto di slogan in Gezi Park, dove qualsiasi parvenza di protesta è soffocato sul nascere a suon di gas e idranti e presenza costante e massiccia della polizia nella zona del parco, Taksim e Istiklal.

Per non parlare degli arresti legati alle proteste che sono ancora in corso. Inoltre rimangono da chiarire le circostanze di morte delle cosiddette “vittime di Gezi”.  Ali Korkmaz ha perso la vita in ospedale a causa delle ferite riportate dopo essere stato assalito da delle persone con abiti civili nella città di Eskisehir. Nella strada dove è avvenuto il pestaggio c’erano tre telecamere, dichiarate dalla polizia come “non funzionanti”. Esiste tuttavia la registrazione di una delle telecamere fino pochi minuti prima del pestaggio. Rimane ancora da chiarire anche il caso di Ethem Sarısülük, ucciso da un colpo di arma da fuoco durante le proteste. Un video disponibile anche su Youtube mostra il momento esatto nel quale Ethem si accascia a terra, mentre un poliziotto si avvicina al manifestanti sparando colpi in aria e altri poliziotti guardano da lontano.

Intanto il Dipartimento di Sicurezza Generale ha annunciato recentemente di stare lavorando su un nuovo progetto chiamato Sırdaş Polis (Polizia Confidenziale), che prevede l’installazione di torrette di quartiere per la segnalazione di comportamenti inadatti e crimini da parte dei cittadini.

I manifestanti, gli attivisti e i cittadini che hanno partecipato al movimento di dissenso, in risposta, stanno cercando altre vie di organizzazione per tenere in vita lo spirito di “resistenza”. Si moltiplicano i blog per sostenere il movimento, siti internet per tentativi di “democrazia diretta” sullo stile dei paesi nordici e giornali online d’informazione. In diversi quartieri di Istanbul sono nate piattaforme di discussione, mentre in molti parchi della città sono allestite piccole “occupazioni”, con workshop e mercati di baratto autogestiti. Sparsi per la città invece sono stati allestiti piccoli “santuari” in ricordo delle vittime delle proteste.

Il paese si avvicina alle elezioni amministrative, previste per Marzo 2014. Uno dei problemi che possono essere interpretanti come scatenanti delle proteste è la mancanza di un partito di opposizione forte e dai larghi consensi, nonché l’esclusione di partiti minoritari. Se tra i manifestanti vi erano molti “kemalisti”, inclini a votare per il Partito Popolare Repubblicano (CHP), ve ne erano anche altrettanti elettori di partiti minoritari, i quali rimangono sistematicamente tagliati fuori dal parlamento a causa della soglia di sbarramento al 10%.

Prevedere cosa succederà e indovinare a cosa porterà questa volontà di cambiamento diffusa in una parte della popolazione è difficile se non improbabile come obiettivo. Quello che non sta succedendo è il processo di creazione di un partito o di entità politiche che ambiscono ad influenzare lo scenario politico. L’argomentazione di molto attivisti contro la fondazione di un nuovo partito è la mancanza di coesione all’interno del movimento di protesta e l’impossibilità di raggruppamento sotto una sola bandiera.

Proseguono gli arresti collerrelati a Gezi Park


Sono iniziate le operazioni della polizia verso circa 100 differenti indirizzi per arrestare i sostenitori del movimento Gezi. Al momento, secondo fonti giornalistiche turche, gli arrestati sarebbero 30.

Sono iniziate oggi alle prime luci dell’alba le operazioni definite di contro-terrorismo in Turchia, ad opera di squadre speciali della polizia, che hanno e stanno ancora perquisendo edifici di associazioni, dormitori studenteschi e abitazioni private.  I ricercati sarebbero accusati di atteggiamenti violenti contro esercenti privati e polizia durante le proteste.

Al momento gli arrestati a seguito delle operazioni sarebbero trenta, tra questi anche alcuni rappresentanti del Sindacato dei Giovani Turchi(TGB), per la maggior parte studenti universitari. Il giornale Hurriyet ha riportato che ci sarebbero anche degli studenti di liceo tra coloro in stato di arresto.

Le telecamere che non c’erano


Il periodico turco Radikal pubblica online le immagini di una strada di Eskisehir, città turca dove il giovane Ali Korkmaz è stato pestato da un gruppo di civili muniti di spranghe e mazze. Nel video questo gruppo di persone attende coloro che stanno scappando dalla polizia per picchiarli.

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http://webtv.radikal.com.tr/Turkiye/4285/ali-ismailin-olumunden-hemen-once.aspx

Secondo quanto dichiarato dalla polizia, erano tutte “non funzionanti, le tre telecamere posizionate nella strada dove è stato pestato a morte Ali Korkmaz, 19enne turco morto il 9 Luglio all’ospedale,  a causa delle ferite e i traumi riportati a seguito del pestaggio avvenuto il 3 Giugno ad opera d un gruppo di individui vestiti con abiti da civili, muniti di spranghe e mazze.

Eppure sarebbero stati registrati proprio i minuti precedenti. Nel video pubblicato dal periodico turco Radical si vedono i minuti prima del pestaggio di Ali, dove un gruppo armato di mazze attende il passaggio di coloro che fuggono dalla polizia, la quale aveva appena attaccato la manifestazione in sostegno delle proteste di Gezi nella città di Eskisehir. I vari individui del gruppo colpiscono i manifestanti in fuga e cercano di trattenerli.

La polizia, che aveva raccolto le registrazioni di tre telecamere di esercizi privati sulla medesima strada, aveva annunciato che erano risultate tutte danneggiate. Secondo quanto riportato dal quotidiano Radikal, uno degli esercizi, Beşik Otel, ha smentito la notizia, dichiarando di aver guardato insieme alla polizia i video del pestaggio e di aver poi lasciato la registrazione alla polizia.

Membro del partito di opposizione marcia da Istanbul ad Ankara a piedi per chiedere la riduzione della soglia di sbarramento alle elezioni


In marcia a piedi da Istanbul ad Ankara per chiedere la riduzione della soglia di sbarramento alle elezioni. Aylin Kotil, membro del partito di opposizione CHP (Partito Repubblicano Popolare) ha iniziato a camminare l’8 Luglio dalla stazione di Haydarpaşa di Istanbul.

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Ha iniziato la sua marcia l’8 di Luglio, da una delle stazioni di Istanbul, la 48enne Aylin Kotil, membro del partito di opposizione CHP (Partito Repubblicano Popolare) che prevede di raggiungere la capitale in 22 giorni, per poi incontrare i rappresentanti dei quattro partiti presenti in parlamento e consegnare loro il suo manifesto politico, la quale richiesta principale consiste nella diminuizione della soglia di sbarramento alle elezioni (sia nazionali che locali) al momento del 10%.

Una marcia di circa 470 km, per la quale ad apoggiarla Aylin ha un gruppo di cinque persone, che si occupano anche dei suoi bisogni e della logistica del suo viaggio.

Sul suo blog, (Bu Baraj Düşecek: “Questo sbarramento diminuirà”)attraverso il quale condivide i dettagli del suo percorso, si vedono foto di sostenitori che la abbracciano ed ospitano lungo il tragitto.

Aylin Kotil

La soglia di sbarramento al 10%: implicazioni politiche

Il problema dell’alta soglia di sbarramento per il parlamento può esser visto come un fattore piuttosto cruciale per la definizione delle complicazioni odierne emerse alla luce delle recenti proteste. La maggioranza assoluta che il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan invoca ad ogni comizio è anche una conseguenza di questo sistema elettorale, che elimina  completamente l’opportunità di rappresentazione per i partiti minoritari e tende alla formazione di bipolarismo, rendendo futili un alto numero di voti.

Tale soglia è stata stabilità per rimediare all’instabilità politica del paese, che si è trovato in diversi momenti della sua storia di repubblica in situazioni di ingovernabilità  e  pur ha subito  3 colpi di stato e un golpe “post-moderno” (questa ultima  osservazione non è da ricondurre necessariamente allo sbarramento, ma alla delicatezza della democrazia turca).

All’interno della società turca, sembra esserci assai poca consapevolezza riguardo a questi temi e solo recentemente alcuni gruppi di attivisti, siti internet e personaggi politici hanno iniziato a menzionare lo sbarramento come una problematica nazionale.

Il percorso di Aylin Kotil ad oggi.

Il percorso di Aylin Kotil ad oggi.