Popoli che non vengono mai ricordati


 

 

E’ di qualche settimana fa la notizia che il popolo Saharawi è stato colpito ancora una volta da violenze. L’otto novembre scorso le autorità marocchine hanno fatto irruzione in un campo temporaneo di sahariani, stabilitisi qualche settimana prima a pochi kilometri dalla città di El Ayoun per manifestare pacificamente contro le autorità marocchine e rivendicare l’indipendenza e l’autodeterminazione del popolo Saharawi, ormai vittima da molti anni di colonizzatori e discriminazione da parte del Marocco.

Ancora oggi, a distanza di 11 giorni, non ci sono ancora dati precisi su morti, prigionieri e scomparsi. La notizia, che ha interessato i giornali italiani nel giorno dell’attacco e in quello seguente, è scomparsa dai giornali e dalle televisioni. Di cosa sia successo davvero, quante persone sono detenute e quale sarà la loro sorte, quali saranno le conseguenze per il popolo Saharawi e se mai finalmente verrà riconosciuto loro il diritto di indipendenza – o se almeno i loro diritti saranno tutelati  e non calpestati malamente dai loro vicini – non si parla più.

La storia travagliata del popolo Saharaw inizia con l’occupazione spagnola del Sahara  (nel nord-ovest dell’Africa) è stato sotto il controllo spagnolo dal 1884. Nel 1975, all’alba della fine della colonizzazione spagnola, l’esercito marocchino di Rabat guidato da re Hassan II prese il controllo del Sahara occidentale, costruendo un muro di sabbia e di mine lungo circa 2.600 kilometri che ancora oggi divide l’area.

Fin dal 1976 il fronte Polisario – organizzazione politica per l’indipendenza del Saharawi – fondò la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e entrò in guerra contro le truppe marocchine, finché l’ONU non intervenne nel 1991 per annunciare il cessate il fuoco e proclamare il referendum per l’indipendenza, che non ha mai avuto luogo a causa delle obiezioni del Marocco, il quale rifiuta di cedere l’indipendenza e porta avanti la proposta di garantire un’autonomia parziale, sotto il suo controllo.

Dal 1991 perciò parte dei sahariani vivono sotto le autorità marocchine, che li trattano alla stregua di cittadini di terzo ordine, mentre circa 200.000 saharaiani si sono rifugiati in un accampamento in terreno algerino, in barba all’ONU e alle sue decisioni.

E’ stato solo il 10 novembre scorso (ben 19 anni dopo) che l’esodi di massa dei sahariani nel deserto è iniziato, per culminare nello stabilimento di una tendopoli a 12 kilometri della città di Layoun, al fine di rivendicare l’indipendenza dal Marocco. La tendopoli aveva raggiunto 8 mila tende e 20 mila persone. L’uscita ed entrata era controllato dalle autorità marocchine. Una manifestazione pacifica: solo tende e persone: uomini, donne, madri, figli, per rivendicare ancora una volta il sacrosanto diritti all’autodeterminazione, alla non-discriminazione, al lavoro, alla casa. Ma la pace non è durata molto.

Pochi giorni dopo, durante la notte tra il 7 e l’otto novembre, centinaia di poliziotti hanno fatto irruzione nel campo di El Ayoun, con l’obiettivo di sgomberare e distruggere con la violenza l’accampamento, per un totale di almeno 30 morti, un centinaio di feriti, molti arresti e qualche “disperso” (le cifre sono incerte e oscillanti, essendo le informazioni controllate dal governo Marocchino). In seguito all’attacco del campo, la polizia marocchina si è spinta anche ad attaccare le case di alcuni Sahariani.

L’assalto è avvenuto proprio il giorno in cui si apriva a New York la terza sessione dei negoziati fra il Marocco e il fronte Polisario, coordinati dall’ONU.

Subito dopo l’attacco Il Marocco ha ristretto l’ingresso della stampa internazionale nel paese. Il Human Rights Watch (organizzazione internazionale per la protezione e la difesa dei diritti umani) è riuscito ad arrivare nella zona solo il 12 di Novembre. Da allora hanno iniziato a intervistare i testimoni della notte dell’attacco e alcuni dei detenuti, molti dei quali denunciano di essere stati maltrattati, picchiati e malnutriti dalle autorità marocchine, mentre alcune donne denunciano di essere state anche denunciate. Un inviato dell’associazione era già stato assalito, interrogato e picchiato dalla polizia marocchina.

Il Parlamento Europeo ha denunciato l’attacco del Marocco, ha chiesto l’avviamento di un’inchiesta internazionale indipendente per accertare gli eventi e ha infine proposto all’ONU di cedergli la delega per la protezione dei diritti umani del popolo Saharawi, un popolo ancora una volta attaccato, sottomesso.

Il suo futuro dipende dagli organismi internazionali, gli unici che potrebbero e dovrebbero essere in grado di aiutare il popolo a contrastare il Marocco, che sembra in grado di ragionare solo con violenza. Già da troppi anni queste violazioni dei diritti umani avvengono sotto lo sguardo dell’ONU, che tace e non agisce.

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