Autonomia democratica e quieto vivere


Solo la settimana scorsa si concludeva a Diyarbakır – nel sud-est della Turchia –  il ciclo di incontri organizzati dal Congresso Democratico Poplare, un’organizzazione politica stabilitasi per dare voce ai disagi del popolo curdo. Durante la due-giorni è stata redatta una bozza per “Un modello di autonomia democratica del Curdistan”. Al contrario di ciò che si può pensare guardando al titolo, il modello non prevede la creazione di un nuovo stato e lo smembramento della Turchia – come molti estremisti di destra nel paese temono. Il modello prevede bensì un’autonomia “senza stato”. Nel testo si può leggere che “l’autonomia democratica punta a democratizzare la Repubblica (Turca), modificando la rigidità dello stato-nazione, il quale non soddisfa i bisogni del popolo del paese e punta inoltre ad eliminare gli impedimenti che il sistema di stato-nazione crea davanti allo sviluppo politico, sociale, economico e culturale delle persone”.

Ciònonostante, l’ambiguità della bozza non lascia intendere precisamente come allora l’area si renderebbe autonoma. Si legge che verranno istituiti dei dipartimenti indipendenti per la politica, l’economia, la cultura, la diplomazia, la legalità, l’ecologia e il sistema di difesa.

A distanza di meno di una settimana da questo incontro, le parole del Ministro Egemen Bağış. I curdi non hanno mai chiesto l’indipendenza. Si è poi perso in solite retoriche da buon sostenitore del multiculturalismo, dicendo che “diverse etnie e culture possono convivere insieme pacificamente”.

Peccato che questo “pacificamente” ancora non è in atto e il suo contrario è dovuto ad una completa negligenza all’interno della legislazione della Repubblica verso la cultura, la lingua e la civiltà curda.

In Turchia gli individui che dichiarano il Curdo come la loro lingua madre sono il 13% della popolazione del paese. Nonostante ciò, tale lingua è severamente vietato durante tutta la scuola dell’obbligo, per svolgere campagne elettorali, in corte davanti al giudice e fino a poco tempo fa anche in prigione tra detenuti e parenti in visita. Il Curdo era inoltre assolutamente malvisto in qualsiasi ufficio pubblico.

Una lingua assolutamente ignorata dallo stato, non menzionata della Costituzione e anzi spesso calpestata come “straniera” (straniera rispetto a cosa poi non si sa).

Il Curdo è in Turchia una lingua fantasma e solo recentemente, all’inizio del 2010, è stata permessa l’apertura di emittenti televisive in questo idioma. Una mossa che è stata considerata come un’apertura necessaria per correre in contro ad i parametri per l’accesso all’Unione Europea.

Intanto, la lingua si perde di generazione in generazione. I Curdi che vivono nelle grandi città cercano di non disturbare il quieto vivere, preferendo nascondere o dimenticare le loro tradizioni. Le famiglie preferiscono vedere i figli integrati. Un processo di selezione naturale, se non fosse per il fatto che di naturale c’è poco e niente nella scelta delle lingue ufficiali di un paese.

Il processo che ha portato a questo percorso è ormai avviato e difficilmente potrà cambiare. In alcune zone, dove ancora la lingua è viva più che mai, si potrebbe evitare lo stesso errore e non gettare ombre su culture e tradizioni.

Ma purtroppo i politici e i giornalisti in Turchia che inneggiano al quieto convivere si muovono lenti come pachidermi nel cecare di accellerare il recupero di tanti anni di oppressione e discriminazione. Troppo lenti per essere credibili.

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