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I ridicoli confini geografici delle colonie cambiano nel continente Africano. È stato oggi proclamato un nuovo stato: il Sud Sudan, il cinquantaquattresimo stato del continente Africano. Lo stato è nato in seno al Sudan, a seguito del referendum apertosi il 9 gennaio scorso e conclusosi 15 gennaio.

From "La Repubblica"

Quando ancora, a fine estate, non si riusciva ad immaginare il giorno del referendum, il timore era quello di uno scoppio di violenze, soprattutto a seguito dell’uscita della notizia che il Sudan del Sud avesse ricevuto i suoi primi elicotteri militari, ordinati dalla Russia. Alla fine di Ottobre tra le forze politiche c’erano stati riferimenti piuttosto espliciti alla una possibilità di guerra.

Di fatto anche nei giorni prossimi al referendum ci sono stati scontri nelle regioni contese tra nord e sud, per un totale di oltre 60 morti dall’inizio di Gennaio, durante imboscate e scontri tra gruppi armati.

Alla base della divisione del paese ci sono ragioni storiche, ma anche fattori economici. Il Nord ed il Sud del paese sono storicamente divisi dalla religione. Il cristianesimo, giunto per primo verso il 400 d.c., è la religione prevalente a sud, mentre l’islam, giunto nel 600 d.c., è la religione più diffusa del Nord. Il paese, ex-colonia Britannica e per lunghi anni occupato dagli Egiziani, ha subito un’impennata verso l’islamismo a seguito dell’ascesa dell’impero ottomano e ha subito durante gli anni regimi islamici e repressioni verso le altre religioni e culture. Il paese è stato scosso da diverse guerre civili a partire dal 1956, quando è stato dichiarato stato indipendente.

Da allora due guerre civili tra Nord e Sud hanno scosso il paesi, provocando oltre 2 milioni di morti e migliaia di profughi. L’ultimo accordo di pace era stato raggiunto nel 2005 dopo circa 20 anni di guerra civile. Il referendum era uno dei punti fondamentali del Comprehensive Peace Agreement che era stato firmato allora.

Ovviamente, oltre ad essere una questione di identità, di etnie e di religione, la separazione tra nord e sud ha anche a che vedere con il controllo delle risorse, principalmente costituite da acqua (portata dal Nilo) e petrolio, di cui il Sudan è uno dei principali produttori africani. Il petrolio costituisce il 45% del budget nazionale, per una produzione di circa 470 mila barili al giorno e più riserve. Il 78% di questa ricchezza si concentra al Sud, ma è a Nord che si sono stabilite le raffinerie e i porti.

In caso di secessione – che sembra essere ad oggi l’opzione più probabile – il Sudan de Sud perderà il 70% delle riserve petrolifere e il 50% della rendita.

Intanto gli Stati Uniti, sempre fedeli alla loro mania di onnipotenza, avevano fatto sapere che se tutto fosse andato bene, il referendum riconosciuto ed il Sudan reso libero, il paese sarà cancellato dalla lista nera dei sostenitori del terrorismo. (Il paese era stato accusato di sostegno al terrorismo durante gli anni ’90).

Nonostante tutto, con questo referendum, i problemi tra Juba (città del sud) e Khatoum (attuale capitale del paese) non sono affatto finiti. Ancora in disputa sono gli stati del Nilo Blu e del Kordofan meridionale e soprattutto Abiyei, cavallo della frontiera, che è una delle zone più ricche di petrolio e dove due tribù di diversa etnia convivono. In questa zona si sarebbe dovuto tenere referendum speciale, che è stato per ora rimandato.

Inoltre, adesso che il Sud Sudan ha ottenuto la uno dei rischi è quello di una ripresa dei conflitti in Darfur, la vasta regione dell’Ovest del paese dove la guerra civile ha seminato morte e terrore, per un totale di circa 300mila e tre milioni di sfollati.  In questa area i conflitti hanno origini ancora più remote, risalendo agli scontri tra popolazioni nomadi arabe e le popolazioni stanziali africane.

La parola secessione fa scattare diverse molle anche nei paesi africani, come in Zambia, dove i Lozi, principalmente residenti nella parte occidentale del paese, iniziano a parlare di indipendenza e rivendicare la loro differenza culturale. Recentemente nel paese manifestazioni e scioperi sono stati repressi e un dimostrante è rimasto ucciso. L’esempio del Sudan del Sud apre le speranze a chi vuole finalmente ridiscutere i confini stabiliti dalle potenze coloniali. Anche il governo del Quatar ha fare con diversi gruppi di ribelli, il  JEM; Justice and Equality Movement e il Justice and Liberation Movement, mentre nello Zimbabwe il  movimento indipendentista Mthwakazi Liberation Front rivendica l’indipendenza Matabeleland.

Il presidente del Sudan Omar el Bashir ha intatto confermato il riconoscimento della validità del Referendum, che non costituisce altro che l’inizio di un lungo processo di indipendenza politica, economica e militare che si prevede essere non facile.

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