La Turchia, paladina?



Continuano ad infuriare le violenze ed il caos in Libia. Gheddafi non ci pensa proprio a cercare un negoziato di pace ragionevole e la NATO ipotizza di armare i ribelli.

Intanto la Turchia si spinge sempre più in avanti. Dopo una lunga esitazione sulla sua presa di posizione riguardo al conflitto in Libia, quando già la Francia e gli Stati Uniti avevano iniziato le operazioni aeree, finalmente si è schierata dalla parte della NATO. Ma alle sue condizioni: totalmente contraria a qualsiasi intervento militare e totalmente contraria alle azioni di intervento indipendenti dei singoli Stati.

Poi Erdogan, il presidente del Consiglio turco, ha annunciato che avrebbe mediato tra Gheddafi e le forze ribelli. E ci ha provato davvero. Mentre continua ad implorare il cessate il fuoco e a mandare navi per aiuti umanitari e per raccogliere i feriti, portandoli in patria, la Turchia ha invitato il nuovo ministro degli Esteri di Gheddafi e il rappresentante del Consiglio Popolare dei ribelli libici. Le due personalità sono state incontrate ovviamente in sedi e momenti diversi e ad entrambe il governo turco ha spiegato la propria proposta: il cessate il fuoco immediato, lo stabilimento di un corridoio umanitario e un processo di democratizzazione del paese attraverso riforme ed elezioni libere.

Il ministro degli Esteri del Colonnello ha riferito che tutto può avvenire, purchè sotto il comando di Ghedaffi, mentre i ribelli hanno fatto sapere che non accetteranno nessuna soluzione che preveda la permanenza del dittatore sul suo trono. Una mediazione non proprio riuscita. ma comunque uno spiraglio di dialogo e un’importante presa di posizione per il paese.

Schierata con la NATO e con relazioni privilegiate con Gheddafi, la Turchia gode adesso di un ruolo alquanto peculiare, con il secondo esercito più grande dopo gli Stati Uniti tra i paesi della NATO e come unico esponente dei paesi musulmani. Opponendosi a qualsiasi attacco verso l’esercito del Colonnello e invocando il cessate il fuoco, la Turchia si dimostra coerente con la sua politica estera recente, che vede ingrossare gli scambi economici con i paesi confinanti e “culturalmente” affini e la filosofia di “zero problemi” con gli stessi. Non solo. La sua posizione in Libia sembra allinearsi perfettamente con la “profondità strategica” – strategia politica ideata dal Ministro degli Esteri  Davutoğlu che procalma la necessità della Turchia di riprendere il ruolo privilegiato che le spetta, dato la sua posizione geografica: un ruolo di mediatrice, il famoso ponte tra oriente e occidente, tra mondo musulmano e cristiano. Proprio quello che questo conflitto le può permettere di fare.

Il famoso modello turco

Intanto sui mezzi di informazione di tutto il mondo, già dal momento della rivolta in Tunisia, si parla di “modello turco” per i paesi musulmani. Questo modello consisterebbe in una democrazia che permetta ad un partito esponente della religione islamica di stare al potere. Piovono elogi su Erdogan, improvvisamente considerato moderato e paladino della democrazia.

Già quando a Settembre il referendum voluto dal suo governo aveva vinto, l’Europa esultava, salutando la Turchia come nuova venuta verso l’occidentalizzazione della democrazia. All’interno del paese invece, le forze dell’opposizione e l’elettorato di opposizione si mettevano le mani nei capelli, interpretando il risultato come l’avanzata dell’islam nel paese. Il referendum, sostengono loro, conferisce la Corte Costituzionale in mano al governo, permettendogli di procedere nella sua “islamizzazione” dello stato. Un paradosso, insomma. Mentre da fuori si elogia il modello turco, dall’interno c’è chi è terrorizzato e pronuncia la fatidica frase “saremo come l’Iran”.

Ma non solo. Chi elogia al modello turco vede nella Turchia un paese musulmano, come l’Egitto, il Bahrain, lo Yemen o la Tunisia. C’è una piccola differenza. In Turchia l’Impero Ottomano e l’islam come religione ufficale furono aboliti per formare una democrazia nel 1923. Tutto ad un tratto, da quell’anno in poi, fu deciso di cambiare i caratteri della nazione da arabi a latini, fu proclamata la laicità tra i principi dello stato e venne proclamata la democrazia, che di fatto iniziò soltanto nel 1950. Anche dopo quella data, il processo democratico ha subito duri colpi, ma non a causa di leader islamici. A causa di un corpo militare onnipotente, dagli ideali nazionalisti, che ha compiuto massacri e represso qualsiasi opposizione al nuovo ideale di stato e democrazia con la violenza.

L’Islam è stato visto negli ultimo 80 anni come un pericolo per la democrazia ed ogni volta che è stato al potere o alla base di partiti è stato stroncato e bandito. Il 2002 l’AKP, figlio di un partito islamico, è salito al potere.  Adesso si avvicina al suo terzo mandato. Il paese è in piena crescita economica, anche se deve ancora affrontare grandi problemi di povertà, analfabetizzazione e rispetto dei diritti umani.

Per gli ultimi 88 anni non è stata colpa della religione se le minoranze sono state ignorate e calpestate, ex presidenti impiccati e dissidenti torturati o uccisi. L’islam torna adesso nel paese e spaventa molti, mentre compiace altri. E’ molto presto e fuori luogo chiamarlo un modello

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