Ed Erdoğan rimane


Concluso lo spoglio. La città si risveglia tra le macerie della campagna elettorale, che ha invaso strade e piazze di bandierine colorate, di camioncini, di stand, di volantini, palloncini e salviette umide (tanto popolari in Turchia) impacchettate nelle facce dei leader.

Si sveglia Istanbul, dove ieri sera il BDP ( sostenuto dai socialisti e dalle minoranze curde), già festeggiava l’ingresso di ben 36 candidati in parlamento, con danze e musiche curde e pace come parola d’ordine.

Hanno festeggiato anche i sostenitori di AKP, il partito che si è riconfermato per il terzo mandato al governo, con il 49,90% dei voti (un 3% in più delle elezioni precedenti) e 326 seggi, meno invece delle elezioni precedenti e non sufficienti per attuare le modifiche alla costituzione senza intralci da parte dell’opposizione.

Tra i partiti di opposizione si ripresenta il CHP, il quale elettorato è probabilmente deluso dal risultato, che ancora non sfiora il 30% ma che comunque è in decisa crescita dal 2002, quando il partito aveva ottenuto il 19% e dal 2007, quando aveva raggiunto la soglia solo del 20,88%. I suoi sostenitori forse aspettavano un maggior successo del nuovo leader Kemal Kılıçdaroğlu, che durante il suo primo intevento post-elezioni ha fatto notare che il CHP non ha mai ottenuto così tanti voti dal colpo di stato del 1980 e che è l’unico partito ad aver aumentato i seggi in parlamento in queste elezioni.

Il MHP, secondo partito di maggioranza, nazionalista  e conservatore, si è guadagnato un buon 12,99% di voti, nonostante lo scandalo sessuale scoppiato durante la campagna elettorale.

La lista dei candidati indipendenti, dietro la quale c’è il BDP, è il vero vincitore, con 36 parlamentari, tra cui anche Leyla Zana, candidata curda che è stata in carcere per 10 anni per aver parlato in lingua curda dopo il suo discorso in parlamento, e  Sabahat Tuncel, una giovane esponente del partito curdo che fu accusata di aiutare l’organizzazione dei campi di addestramento del PKK e si presentò alle elezioni del 2007 dalla prigione.

La loro presenza nel parlamento è fondamentale per bilanciare gli equilibri della Turchia, che sembrano vacillare sempre più sulla questione curda. Mentre il leader del PKK Abdullah Ocalan minaccia una ripresa delle violenze in caso di mancati cambiamenti, il presidente del consiglio Erdoğan  ha risposto “potevamo impiccarlo, ora farà bene a tacere”.

La campagna elettorale si è svolta all’insenga delle accuse e di toni aggressivi da parte di tutti i leader. Adesso ci si aspetta un difficile periodo di assestamento delle forze politiche. Una cosa è chiara. Erdoğan dovrà affrettarsi a concedere più diritti al popolo curdo e prepararsi ad un’opposizione più consistente.

 

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