Turchia: lanciato il pacchetto “democratizzatore”


Il tanto atteso pacchetto di riforme rimandato nell’ultimo mese è stato finalmente presentato oggi dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan.

Un preambolo ampio e ripetitivo, molti ringraziamenti a figure politiche del passato, omaggi ai “martiri” della guerra al terrorismo e poche frasi, succinte e dirette, sulle riforme. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, durante la presentazione del tanto attesto “pacchetto democratizzazione”, si è impegnato per celebrare i suoi 11 anni di operato ed elogiare gli obiettivi raggiunti e gli ostacoli superati. Dopo aver ripetuto insistentemente la funzione iniziativa del pacchetto, sottolineando l’impossibilità di soddisfare in una sola volta tutte le richieste, ha precisato che questo è solo l’inizio, “il primo passo” verso una Turchia delle libertà e democratica.

A seguito del lungo preambolo, sono stati chiariti i punti centrali del pacchetto. È stata annunciata la legalizzazione dell’insegnamento in lingue diverse dal turco presso le scuole private. In tema di lingua, la novità più sorprendente è la libertà di utilizzo di altre lingue diverse dal turco per la comunicazione politica e le campagne elettorali, purché affiancante la lingua ufficiale del paese e non certo al suo posto. È stata poi annunciata l’apertura alle tre lettere fino ad ora non permesse nell’alfabeto turco, perché appartenenti alla lingua curda (Q, X e W) e i nomi delle località curde potranno finalmente essere scritti e utilizzati ufficialmente.

Tra le altre misure rivolte alle minoranze, sono state menzionate anche il cambiamento del nome di un’università in omaggio a un famoso personaggio armeno, la restituzione del monastero Mor Gabriel ad un’associazione di siriaci e l’istituzione di centri di cultura e lingua Rom. Inoltre, saranno inasprite le pene per coloro che sono accusati di incitare all’odio e alla discriminazione.

Per quanto riguarda il sistema elettorale, molto discusso a seguito delle proteste di Gezi Park, è stato ufficialmente aperto il dibattito riguardo alla soglia di sbarramento (attualmente al 10%) e il governo ha proposto tre opzioni: il mantenimento dello status quo, l’abbassamento al 5% o la totale abolizione della soglia. Un cambiamento positivo invece è stato l’accesso ai sussidi per i partiti, per il quale è stata abbassata la soglia dal 7 al 3 % (in base al risultato elettorale). Le riforme toccano anche la legge sulla privacy e la libertà di manifestazione.

Punto scottante del pacchetto è invece la liberalizzazione del velo negli uffici pubblici, come già titolano molti quotidiani stranieri. La liberalizzazione però non si estende agli ufficiali della polizia, dell’esercito e tutti quei pubblici ufficiali per i quali esiste una divisa. Questa decisione, insieme a quella di non pronunciare più l’“andı” nelle scuole elementari – una sorta di ode alla “turchicità” recitato ogni giorno dagli alunni – è destinata a creare malumori tra le frange kemaliste, che ancora temono la minaccia ai valori fondanti della Repubblica e al patriottismo basato sugli stessi.

Se il pacchetto era tanto atteso, era anche perché era stato presentato come una  necessaria risposta alla richiesta del BDP (Partito per la Pace e la Democrazia) e del PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) di presentare il piano del governo in termini di rispetto e diritti per le minoranze, in seguito alla dichiarazione dell’inizio del processo di pace tra il movimento ribelle curdo e lo stato turco e il ritiro parziale dei gruppi armati curdi dal territorio nazionale.

Erdoğan ha tuttavia affermato che il pacchetto non è stato frutto di trattative né di pressioni. Si aspettano adesso le reazioni della popolazione e dei partiti di opposizione a delle riforme che in qualche modo costituiscono un punto di rottura storico, non tanto per le poche liberalizzazioni in termini di diritti alle minoranze, ma dal punto di vista politico – se davvero si aprirà il dibattito sulla soglia di sbarramento – e sociale, a causa dei possibili conflitti con l’ideologia kemalista. Intanto, segnali positivi sono già giunti dall’Unione Europea, che ha fatto sapere di star aspettando la pubblicazione del testo integrale per un’analisi accurata.

Nerdesin Aşkım – Dove sei amore


Istanbul 2 Giugno


31 Maggio – 1 Giugno 2013 Istanbul


Istanbul si risveglia dopo una notte di scontri


ImageIstanbul si sveglia stamattina bagnata dalla pioggia e acciaccata dagli scontri di ieri.

Dopo il pomeriggio relativamente calmo, durante il quale la polizia si è ritirata da Taksim, permettendo ai manifestanti di riempire la piazza e di rioccupare il Parco Gezi, verso le 5 l’odore del gas ha iniziato a diffondersi di nuovo nell’aria.

A Besiktas, quartiere che si incontra scendendo da Taksim verso il Bosforo, la polizia si è scontrata con un corteo. Non è ben chiaro se il corteo stesse cercando di raggiungere Taksim o se semplicemente, essendo la piazza tropo piena, alcuni avessero deciso di rimanere a manifestare lì piuttosto che cercare di unirsi alla massa.

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Con il calare della sera, gli scontri si sono fatti più violenti e i manifestanti più irascibili. Si sono iniziati a verificare i primi atti di vandalismo: sono state rovesciate macchine per formare barricate e spaccate altre vetrine.

La televisione ha mostrato a lungo le immagini di Besikas, in mano alla polizia e ai lacrimogeni. Da twitter e Facebook (che nonostante le voci non sono stati soppressi fortunatamente), sono iniziate ad arrivare segnalazioni: la polizia ha iniziato ad usare un nuovo tipo di gas, molto più forte del primo, che in tanti hanno subito pensato fosse il famoso Agente Arancio usato in Vietnam. Il panico si è scatenato tra alcuni dei dimostranti e degli abitanti del quartiere e le linee per chiamare i dottori che si erano offerti volontari per aiutare erano intasate.

Per questa mattina non sono ancora riportati alcuni scontri. Chi manifesta dev’essere stanco, arrivato al terzo giorno. Intanto gli occupanti sono di nuovo a Gezi Park.

Il Primo Ministro ha fatto sapere che quella del Centro Commerciale era solo un’idea e che ancora non è stato deciso chiaramente cosa ne sarà del parco. Per Erdogan queste manifestazioni sono state un duro colpo alla reputazione. Grazie ai Social Media, le immagini degli abusi di potere della polizia sono stati sotto gli occhi di tutto il mondo e non saranno dimenticate facilmente dai cittadini turchi.

Istanbul: manifestazioni contro la distruzione di Gezi Park. Manifestanti attraversano il ponte.


Dottori e avvocati volontari, ospedali ed alberghi che aprono le porte ai manifestanti di piazza Taksim e Istiklal. Continuano le manifestazioni ad Istanbul iniziate quattro giorni fa con  l’occupazione di un parco. 

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Continuano le proteste nella città di Istanbul. Migliaia di persone stanno manifestando ininterrottamente su Istiklal, una delle strade principali di Istanbul, dalla mattina del 31 Maggio . La manifest è stata più volte dispersa da bombe di lacrimogeni e idranti. A provocare la protesta è stato il progetto di rinnovamento dell’area di Taksim, (piazza sulla quale termina Istiklal) che prevede la distruzione di uno dei pochi spazi verdi rimasti nell’area, il Gezi Parki, per costruirvi un centro commerciale (anche se recentemente il Primo Ministro turco ha fatto sapere che ancora non è sicuro cosa sarà costruito al posto del parco). Piazza Taksim è un simbolo importante per i cittadini turchi, luogo dove storicamente si raccolgono i cortei e dove nel 1977 33 manifestanti rimasero uccisi da colpi di arma da fuoco sparati dai tetti di uno degli alberghi che si affacciano sulla piazza.

Ieri, mentre le proteste andavano avanti durante le prime ore della notte in Taksim, dal quartiere asiatico di Kadikoy è partito un corteo del tutto spontaneo, senza leader né bandiere, che ha fatto sit-in per circa un’ora e poi ha preso la strada in direzione del ponte Bosforo, altro simbolo nazionale, verso le 4,30 del mattino.

Alle otto di questa mattina, almeno venti mila persone stava marciando sul ponte, dirette verso la parte Europea della città, dove sorge Taksim e il Gezi Park.  Circa 15 kilometri di marcia che è terminato con uno scontro con la polizia, che ha attaccato il corteo con lacrimogeni e idranti.

Da quattro giorni il parco di Gezi è diventato il simbolo di una città in rivolta. L’occupazione del parco è iniziata in maniera pacifica, con tende, cortei, banchetti improvvisati che offrivano tè e panini e gli alberi adornati con stracci colorati. La mattina del 31 maggio, le scene di manifestanti sgomberati a suon di idranti e lacrimogeni ha aizzato gli animi ed ha portato all’organizzazione sui social media di una manifestazione di massa alle 19 del pomeriggio, organizzata da  gruppi indipendenti e alla quale si è infine aggiunto anche il partito di opposizione CHP.

La protesta sembra essere anche un pretesto per finalmente opporsi ad alcuni degli altri mega-progetti del governo di Erdogan, tra cui la costruzione di un terzo aeroporto, un terzo ponte sul Bosforo e un canale di congiungimento tra il Mar Mediterraneo e il Mar Nero, tutti progetti che avranno un impatto pesantissimo sull’ambiente e sulla città, che già negli ultimi 30 anni è pressoché raddoppiata in estensione. Inoltre, negli ultimi anni, la città ha assistito ad il proliferarsi di centri commerciali e grattacieli, con conseguente espansione della rete stradale e del traffico. La stessa popolazione di Istanbul è in continua crescita e se nel 2010 sfiorava i 14 milioni, ad oggi si calcola abbia raggiunto i 16.

Nonostante la dura repressione delle forze dell’ordine, cha da un mese a questa parte abusano dei gas lacrimogeni duranti manifestazioni minori, la strada di Istiklal ieri alle 11 era ancora gremita e la manifestazione è durata fino all’alba. I media nazionali offrono copertura parziale degli eventi e dai social media è difficile capire la reale entità dei danni. Secondo alcune fonti, si contano già 100 feriti e 3 morti durante la giornata di oggi. Tra i feriti Nasuh Mahruki, scrittore e alpinista che ha salvato molte vite durante l’ultimo terremoto, Ahmet Sik, giornalista, Mehmet Güleryüz, pittore turco. In altre parti della città manifestazioni di solidarietà sono andate avanti fino alle prime ore del giorno seguente e ieri la maggior parte delle città della Turchia hanno protestato contro la distruzione di Gezi Park.  Intanto, per la giornata di oggi si organizzano autobus da tutto il paese diretti ad Istanbul.

Tra i manifestanti, uomini e donne di qualsiasi età, senza bandiere, e slogan: “Istanbul è nostra, taxsim è nostra”, ”questo è solo l’inizio”, ”Erdogan dimettiti”. A fine corteo, alcuni rappresentanti del partito di opposizione CHP; mentre tra i più accaniti del corteo, il gruppo Çarşı, fan della squadra di calcio Beşiktaş. I manifestanti contestano anche i media nazionali, che fino a ieri sera offrivano ancora una copertura molto marginale e parziale dell’evento. Intanto continuano gli appelli alla comunità internazionale.

Il governo AKP di Erdogan non ha dato segno di cedimento sul progetto. Oggi, sui canali turchi, ha accusato i manifestanti e i partiti d’opposizione di fascismo ed ha ammesso che l’abuso dei gas lacrimogeni è stato un errore, che di fatto ancora si perpetua su Istiklal.

Intervista con Montasser Drissi, giovane attivista marocchino e protagonista del film-documentario My Makhzen and Me


Giovane, un po’ timido e con una coda di capelli riccioli che tendono ai rasta. Ho incontrato Motasser Drissi, 21 anni, durante il ciclo di incontri Istanbul Seminars, che si sta svolgendo in questi giorni nella città di Istanbul.

My Makhzen and Me – Trailer from Nadir Bouhmouch on Vimeo.

All’interno del programma della conferenza, la proiezione del film My Makhzen and Me, di Nadir Bouhmouch, giovane film maker marocchino attualmente residente negli Stati Uniti per ragioni di studio. Il film-documentario racconta, tramite filmati amatoriali e le riprese di Nadir, il susseguirsi delle proteste della Primavera Araba, focalizzandosi principalmente sul Movimento del 20 Febbraio in Marocco, un movimento di protesta organizzato da giovani ragazzi decisi a chiedere riforme al Re, per una costituzione più democratica.

Il film è interessante sotto diversi aspetti: prima di tutto dà spazio alle immagini delle proteste in un modo sconosciuto agli occhi dei media occidentali. Le folle per la strada inneggiano cori che sfiorano melodie, con testi ironici e allo stesso tempo pieni di significato, lungi dalle nostre manifestazioni di piazza piene di bandiere e di slogan vecchi di un secolo. La repressione delle autorità invece sono tristemente quella da tutti conosciuta: un abuso di potere che ferisce lo sguardo, sotto colpi di manganelli e violenza gratuita.

Ancora più interessante è la storia di questo movimento di protesta, che ha raggiunto alcuni media internazionali, ma in maniera molto più sommessa rispetto alle altre proteste. Quel che invece la caratterizza è una razionalità di fondo, una posizione molto conscia delle richieste e l’organo organizzativo giovane che ne costituisce la base.

Presente alla conferenza il giorno della proiezione è Motasser Drissi, uno dei protagonisti del movimento e quindi del documentario. Ci racconta il susseguirsi degli eventi. A seguito di un’ondata di proteste nell’Africa del Nord, il Movimento del 20 Febbraio chiama i cittadini del Marocco a raccogliersi in protesta tramite un video disponibile su youtube. Le richieste del movimento e della protesta sono chiare e pacate: una nuova costituzinone, meno corruzione nel paese, accesso ai posti di lavoro, accesso all’educazione e più uguaglianza.  Il video, pubblicato su youtube, riceve attenzioni da media nazionali e internazionali, quali il New York Times, Al Jazeera e France 24, grazie al supporto dei partiti di sinistra e l’Associazione per i Diritti Umani.

Motasser, con un inglese perfetto, si racconta: “I miei genitori erano attivisti. Fin da bambino ho partecipato ai loro incontri. A 17 anni ero membro dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani e coordinatore della sua Assemblea Giovanile di Rabat”. Per questo motivo, per Montasser, non è stato un caso, quello di ritrovarsi a capo del Movimento del 20 Febbraio.

“Nel 2011 sono iniziate le proteste nel nostro paese, in supporto di quelle in Egitto e Tunisia. In quel momento, l’Assemblea Giovanile dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani si è resa conto che le stesse richieste delle proteste potevano essere quelle del popolo del Marocco. Così è iniziato il Movimento del 20 Febbraio. Ci siamo riuniti il 14 Febbraio, a seguito di una breve ricerca, per stilare un documento che riassumesse le nostre richieste, tra le quali la più importante la revisione della costituzione”.

Il primo tentativo di sabotaggio della protesta è avvenuto già due giorni prima del 20 Febbraio, quando il canale nazionale televisivo ha annunciato pubblicamente che l’appuntamento era stato cancellato. In risposta, il movimento ha lanciato un altro video, smentendo la notizia.

“Il 20 Febbraio nelle piazze di diverse città, ma anche dei paesi più piccoli, si sono uniti i cori di protesta.” Il 9 di Marzo il Re ha annunciato durante un discorso ufficiale di aver accolto le richieste della protesta e di aver stabilito lui stesso un comitato per le riforme e per stilare la nuova costituzione. “L’errore del movimento è stato non aver richiesto un processo democratico per le riforme. Se la nuova costituzione era scritta dagli uomini del Re, cosa sarebbe potuto cambiare?”.

In seguito, le manifestazioni sono state ancora più partecipate, ma è stato proprio in questo momento che i media nazionali e internazionali hanno cessato di dare copertura al movimento, mentre contro-manifestazioni in sostegno del Re erano seguite dalle telecamere (nonostante fossero minori in numero). Nessuno nel paese sapeva di preciso cosa stava succedendo. Allo stesso tempo la repressione verso i manifestanti si faceva sempre più violenta.

La nuova costituzione, di fatto cambiata di poco o niente, è stata lanciata in Giugno. Dopo quel momento, i marocchini si sono presentati in numero molto minore in piazza, con la speranza di vedere i cambiamenti della nuova costituzione. Allo stesso tempo, il paese si stava già preparando alle elezioni nazionali di Novembre 2011.  Dopo le elezioni, il Partito Islamico uscito vincitore, ha abbandonato il supporto al movimento. I ragazzi del 20 Febbraio hanno continuato a manifestare, ma con molto meno successo.

“Nel 2012 abbiamo organizzato diverse manifestazioni, che purtroppo hanno portato a molti arresti, soprattutto degli esponenti di spicco dei gruppi che avevano sostenuto il movimento. Al momento, molti dei detenuti politici sono in sciopero della fame, circa 50. Anche riguardo a questi temi purtroppo l’informazione è molto scarsa. Per questo abbiamo aperto una nuova campagna chiamata Free Koulchi (liberi tutti) per la liberazione dei detenuti politici, che raccoglie le loro vite e le loro storie”.

Il Movimento del 20 Febbraio nell’ultimo anno ha abbandonato le piazze, ma allo stesso tempo ha dato vita a molti progetti innovativi, tra i quali Guerrilla Cinema (canale di produzione di documentari indipendenti), canali televisivi web e blog.

Montasser stesso fa parte di molti di questi progetti. Ha solo 21 anni e in tre giorni a Istanbul è già stato intervistato da almeno tre media nazionali. Grazie al film di Nadir, il movimento di un gruppo di giovani coraggiosi ha ricevuto e continua a ricevere attenzione a livello internazionale,  dando speranza ad altri giovani in protesta e dimostrando quanto può essere efficace la persistenza.

“In Marocco, il Re detiene ancora potere pressoché assoluto”. Racconta a fine intervista Montasser mentre beviamo un caffè. Mi chiede chi è l’uomo sulle bandiere sparse per l’Università di Bilgi. Gli spiego che in Turchia non c’è re: il potere sembra ancora essere in mano ad un uomo che da diversi anni è solo un manifesto. “How I wish also our king was just a poster” (Quanto vorrei che anche il nostro Re fosse soltanto il poster), sospira. Ad ognuno le proprie battaglie. Lo saluto complimentandomi, e augurandogli buona fortuna nella sua quotidiana azione contro le ingiustizie nel suo paese.

Istanbul, 18 Maggio 2013, c’è bel tempo. Batte il sole

Io sto dalla parte dei Kenyoti che voteranno per la pace


  ( Voglio pace )

 

  ( Change we Need)

Meno di due mesi alle prossime elezioni in Kenya.

Europa, Schengen e ipocrisie


Un Consiglio straordinario dei ministri degli Interni dell’Unione si è ieri per discutere del trattato Schengen, firmato nel 1985 e  entrato in vigore a partire dal 1995. Questo trattato, che porta ormai i suoi anni sulle spalle, è stato messo in discussione recentemente a seguito del battibecco tra Francia e Italia a causa dei cittadini tunisini che hanno raggiunto in grande numero l’Italia a seguito dei disordini in Nord-Africa.

Der Standard – Vienna – Oliver Schopf

Il trattato Schengen prevede la libera mobilità dei cittadini all’interno degli stati firmatari. Tanto per farla chiara, il trattato è quello che ci permette di andarcene tranquillamente in Francia, Germania, Austria, Slovenia e da lì altrove senza neanche doverci fermare alla frontiera né esibire il passaporto o la carta d’identità in treno. È all’interno dello stesso trattato che si prevede la libera circolazione non solo dei cittadini degli stati membri, ma anche di quei cittadini che, provenienti da altri paesi altri, ottengano un visto.

E’ stato questo principio a essere stato messo in discussione da Sarkozy, che si è rifiutato di accettare i cittadini immigrati tunisini che avevano ricevuto un visto provvisorio dall’Italia. Le forze dell’ordine hanno letteralmente fermato queste persone a Ventimiglia, impedendo loro di passare il confine.

Così facendo, Francia e Italia hanno messo in crisi l’intera Unione Europea e il trattato che vige ormai da diversi anni tra gli stati dell’area Schengen. Molti hanno criticato la scelta del governo Italiano di rilasciare i permessi di soggiorno. Cosa doveva fare? Se i centri di accoglienza – giusto per chiamarli con un nome carino eh  –  erano già stracolmi e già erano stati istituiti delle tendopoli temporanee? Lasciare i tunisini girare senza permesso di soggiorno, perciò rendendoli illegali?

Sicuramente la nostra burocrazia non è delle migliori, ma in una situazione di emergenza di questo tipo non è tanto facile criticare.

Sia Berlusconi che Napolitano hanno invocato l’aiuto dell’Unione Europea fin dall’inizio degli sbarchi che hanno seguito le rivolte nel mondo arabo, senza ricevere alcuna risposta. Al rilascio dei permessi di soggiorno temporanei per gli arrivati, la Francia ha accusato l’Italia di aver violato l’ideologia del trattato di Schengen, permettendo  – ipoteticamente  – agli immigrati di spostarsi liberamente all’interno dell’area Schengen.

Il polverone sollevato da Sarkozy ha avuto seguito, considerato il generale spirito anti-europeo del momento, alimentato dalla crisi in Grecia e dai fallimenti della politica economica dell’Unione Europea. Analisti, giornalisti e politici sono tornati ad interrogarsi sulle funzioni ed efficacia dell’Unione.

La Danimarca non ha perso tempo, dichiarando l’11 di Maggio che ristabilirà controlli sui suoi confini con la Germania e Svezia.

Questo è un grande segno di debolezza, che rischia davvero di mettere in crisi lunghi anni di lavoro e di cooperazione. Se davvero si dovessero rimettere in discussione i trattati Schengen e ristabilire i confini tra i paesi firmatari, potrebbe davvero essere un grande passo indietro, nonché segno di rassegnazione anche alle pressioni dell’elettorato xenofobo.

I vertici europei potrebbero d’altro canto agire diversamente e iniziare un dialogo serio e produttivo per progettare un sistema comune di controllo dei confini esterni. Ad oggi infatti i criteri di rilascio di visti e di concessione di asilo politico cambiano enormemente da stato a stato, senza contare la differenza di posizione geografica e perciò di gestione dell’immigrazione illegale.

Tornare indietro significherebbe davvero dimostrare il fallimento del progetto Europeo, che ci hanno propinato in ogni salsa negli ultimi 20 anni. Significherebbe anche un tradimento di noi elettori e cittadini, trattati come pedine che si vedono tracciare e cancellare confini.

 

 

Popoli che non vengono mai ricordati


 

 

E’ di qualche settimana fa la notizia che il popolo Saharawi è stato colpito ancora una volta da violenze. L’otto novembre scorso le autorità marocchine hanno fatto irruzione in un campo temporaneo di sahariani, stabilitisi qualche settimana prima a pochi kilometri dalla città di El Ayoun per manifestare pacificamente contro le autorità marocchine e rivendicare l’indipendenza e l’autodeterminazione del popolo Saharawi, ormai vittima da molti anni di colonizzatori e discriminazione da parte del Marocco.

Ancora oggi, a distanza di 11 giorni, non ci sono ancora dati precisi su morti, prigionieri e scomparsi. La notizia, che ha interessato i giornali italiani nel giorno dell’attacco e in quello seguente, è scomparsa dai giornali e dalle televisioni. Di cosa sia successo davvero, quante persone sono detenute e quale sarà la loro sorte, quali saranno le conseguenze per il popolo Saharawi e se mai finalmente verrà riconosciuto loro il diritto di indipendenza – o se almeno i loro diritti saranno tutelati  e non calpestati malamente dai loro vicini – non si parla più.

La storia travagliata del popolo Saharaw inizia con l’occupazione spagnola del Sahara  (nel nord-ovest dell’Africa) è stato sotto il controllo spagnolo dal 1884. Nel 1975, all’alba della fine della colonizzazione spagnola, l’esercito marocchino di Rabat guidato da re Hassan II prese il controllo del Sahara occidentale, costruendo un muro di sabbia e di mine lungo circa 2.600 kilometri che ancora oggi divide l’area.

Fin dal 1976 il fronte Polisario – organizzazione politica per l’indipendenza del Saharawi – fondò la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e entrò in guerra contro le truppe marocchine, finché l’ONU non intervenne nel 1991 per annunciare il cessate il fuoco e proclamare il referendum per l’indipendenza, che non ha mai avuto luogo a causa delle obiezioni del Marocco, il quale rifiuta di cedere l’indipendenza e porta avanti la proposta di garantire un’autonomia parziale, sotto il suo controllo.

Dal 1991 perciò parte dei sahariani vivono sotto le autorità marocchine, che li trattano alla stregua di cittadini di terzo ordine, mentre circa 200.000 saharaiani si sono rifugiati in un accampamento in terreno algerino, in barba all’ONU e alle sue decisioni.

E’ stato solo il 10 novembre scorso (ben 19 anni dopo) che l’esodi di massa dei sahariani nel deserto è iniziato, per culminare nello stabilimento di una tendopoli a 12 kilometri della città di Layoun, al fine di rivendicare l’indipendenza dal Marocco. La tendopoli aveva raggiunto 8 mila tende e 20 mila persone. L’uscita ed entrata era controllato dalle autorità marocchine. Una manifestazione pacifica: solo tende e persone: uomini, donne, madri, figli, per rivendicare ancora una volta il sacrosanto diritti all’autodeterminazione, alla non-discriminazione, al lavoro, alla casa. Ma la pace non è durata molto.

Pochi giorni dopo, durante la notte tra il 7 e l’otto novembre, centinaia di poliziotti hanno fatto irruzione nel campo di El Ayoun, con l’obiettivo di sgomberare e distruggere con la violenza l’accampamento, per un totale di almeno 30 morti, un centinaio di feriti, molti arresti e qualche “disperso” (le cifre sono incerte e oscillanti, essendo le informazioni controllate dal governo Marocchino). In seguito all’attacco del campo, la polizia marocchina si è spinta anche ad attaccare le case di alcuni Sahariani.

L’assalto è avvenuto proprio il giorno in cui si apriva a New York la terza sessione dei negoziati fra il Marocco e il fronte Polisario, coordinati dall’ONU.

Subito dopo l’attacco Il Marocco ha ristretto l’ingresso della stampa internazionale nel paese. Il Human Rights Watch (organizzazione internazionale per la protezione e la difesa dei diritti umani) è riuscito ad arrivare nella zona solo il 12 di Novembre. Da allora hanno iniziato a intervistare i testimoni della notte dell’attacco e alcuni dei detenuti, molti dei quali denunciano di essere stati maltrattati, picchiati e malnutriti dalle autorità marocchine, mentre alcune donne denunciano di essere state anche denunciate. Un inviato dell’associazione era già stato assalito, interrogato e picchiato dalla polizia marocchina.

Il Parlamento Europeo ha denunciato l’attacco del Marocco, ha chiesto l’avviamento di un’inchiesta internazionale indipendente per accertare gli eventi e ha infine proposto all’ONU di cedergli la delega per la protezione dei diritti umani del popolo Saharawi, un popolo ancora una volta attaccato, sottomesso.

Il suo futuro dipende dagli organismi internazionali, gli unici che potrebbero e dovrebbero essere in grado di aiutare il popolo a contrastare il Marocco, che sembra in grado di ragionare solo con violenza. Già da troppi anni queste violazioni dei diritti umani avvengono sotto lo sguardo dell’ONU, che tace e non agisce.