Intervista con Mehmet Said Aydin


Nato a Kızıltepe (Mardin) nel 1983, Mehmet Said Aydın si è laureato in letteratura turca. Lavora come editore e traduttore. Scrive una rubrica settimanale per Birgün ogni lunedì, giorno in cui va in onda il suo programma di letteratura curda su Acık Radyo.

Pensi che Acık Rdyo sia una piattaforma adeguata per il tuo programma?

Acık Radyo è l’unica piattaforma adatta al mio programma. Ci sono molte radio di sinistra, anche radio alevite o curde, ma non sono media di massa. Acık Radyo invece è molto ascoltata, non ha mai fatto razzismo e non ha mai mandato messaggi aggressivi nei confronti di nessuno. Io non sono lì per fare radio ma per insegnare qualcosa.  Scrivo anche per BirGun ogni lunedì perciò quelli che mi seguono in radio sono gli stessi che leggono anche i  articoli. Sul giornale scrivo di politica mentre alla radio mi occupo di letteratura. Quattro o cinque anni fa non sarebbe stato possibile fare un programma del genere. Abbiamo vissuto cose molto strane dal punto di vista linguistico in passato. Adesso stiamo vivendo un panorama più libero, ma questo non è avvenuto in maniera spontanea. Nessuno è venuto a regalarci i nostri diritti linguistici. I curdi sono in lotta da 30 anni ed è grazie a questa guerra che abbiamo conquistato questa libertà. Perciò il fatto che io stia facendo questo programma adesso non è solo merito mio. Sono anni che i curdi stanno lavorando su questo problema, ne stanno parlando, stanno lottando, stanno cantando canzoni a riguardo, scrivendo libri, facendo film. Alcuni di loro putroppo sono finiti anche in prigione. Io faccio questo programma mentre altre persone stanno scrivendo libri, traducendo. I curdi comunque non sono ancora liberi. Alcune persone sono ancora in prigione soltanto per aver scritto in curdo. Piano piano stiamo trovando la strada verso la libertà. Per esempio io scrivo per Bir Gun, che è un giornale legato a Devrimci Yol o meglio all’attuale partito ÖDP, il quale non rispecchia la mia visione politica. La mia rubrica ha anche questo senso: spiegare a coloro che non la pensano come me. È importante spiegare in questo contesto il nostro essere curdi, quello che abbiamo vissuto. È anche importante spiegarlo ad Acık Radyo. Potevo scrivere queste cose per dei media curdi, ma non sarebbe stato altrettanto significativo. Non è una cosa che faccio per me stesso, lo faccio per la nostra cultura, la nostra tradizione, la nostra posizione politica. Per questa ragione dò valore al mio programma in radio, ai mie articoli su Bir Gun, alle mie traduzioni, alle mie poesie.

Secondo te è vero che sta avvenendo un cambiamento per quanto riguarda la problematica dei curdi?

Si, sta cambiando ma come ho già detto questo cambiamento non è spontaneo. Questo tavolo se lo lasci qui per tre anni con la pioggia con il freddo e con il vento cambia forma, cambia il colore, può deformarsi. Questo non è un cambiamento, è uno sviluppo. Noi abbiamo preso una cosa e l’abbiamo messa in un altro posto. Sono stati obbligati a cambiare la situazione. Sono stati obbligati ad accettare. Non è una cosa che è venuta da loro. Non voglio dare troppa importanza all’operato del governo. Semplicemente non gli abbiamo lasciato altra scelta. Non poteva essere peggio.

Come può cambiare lo stereotipo riguardo ai curdi e come avverrà la reale integrazione culturale?

Non c’è bisogno di parlare di integrazione. Non è qualcosa che possiamo cambiare spiegando. Se fosse stato così l’avremmo già cambiato molto tempo fa. È già stato detto tutto quello che poteva essere detto fino a adesso. “Ci siamo sposati tra di noi”, “abbiamo mangiato il pollo alla stessa tavola”: questo è romanticismo e sto usando questo termine in un’accezione negativa. Non era una cosa reale. Per questo abbiamo fatto la guerra per tanti anni. Adesso ci conosceremo veramente. Il sud est vivrà uno sviluppo economico. Con la fine della guerra la gente comincerà a lavorare, a guadagnare soldi, viaggeranno di più, potranno andare in vacanza e venire qua. Ci saranno più contatti. È cambiata davvero la situazione tra Irlanda e Inghilterra? Secondo me non così tanto. È cambiata la situazione con i catalani? È cambiata la situazione in Palestina? Non è cambiata. Potrebbe essere che le opinioni tra curdi e turchi non cambieranno mai. Noi vivremo anche così.

Cosa ha significato il movimento di Gezi park riguardo questo discorso?

Per la prima volta nella storia di questo paese eravamo tutti dalla stessa parte. Arabi, curdi, aleviti. Io conoscevo persone turche, laz, già da prima. Eravamo amici. Gezi park ci ha portato ad essere più vicini e più uniti. Ci siamo resi conto di essere tanti. Si sono resi conto che c’erano anche i curdi. Si sono resi conto di che tipo di media hanno seguito finora. È stata un’importante presa di coscienza. Anche per me lo è stato. È stato un’importante movimento di massa. Adesso mi sento più istanbuliota. Ho avuto la sensazione che se mi succedeva qualcosa avrei avuto persone intorno ad aiutarmi.

Quali sono state le esperienze della tua vita in relazione all’essere curdo?

Cose molto semplici. Ero ad Ankara per studiare letteratura turca, stavo facendo il master. Conosco il turco molto meglio di un turco medio. Per quanto può essere buffo e ironico è così. Essendo curdo ho dovuto lavorare molto di più sul mio turco. So il turco molto meglio di un militante del partito di MHP. Amo questa lingua molto di più di loro. Ero nella zona di Kizlay, centro della città, e stavo parlando con mia cugina al telefono. Parlavo di cose normali in curdo e un ubriaco mi ha aggredito perchè stavo parlando la mia lingua. Questa è una cosa così normale e frequente. Qualcuno può aggredirti perché parli la tua lingua. Ho vissuto tante cose di questo tipo, e non l’ho vissute soltanto io, l’hanno vissute tutti i curdi. Nell’autobus non parliamo curdo. Mia madre tutt’oggi non vuole parlare curdo con me al telefono. Sono 11 anni che vivo a Istanbul, ho 30 anni, scrivo per un giornale, faccio un programma in radio, parlo di cultura e letteratura curda, ma ancora al telefono mia madre mi dice di parlare turco. Perché c’è ancora questa paura. Se parlo curdo in strada qualcuno può farmi del male. O per il fatto che ho la barba. Per il fatto che sono chiaramente curdo la polizia mi ferma per strada e mi chiede il documento d’identità. A Kadikoy c’è la Is Bankasi e lo stesso poliziotto mi ha fermato per una settimana di fila nello stesso posto. L’ultima volta gli ho detto: ‘ti piaccio?’ Sette giorni passo dalla stessa strada e sette volte mi fermano. Questo tipo di cose.

Da quanto tempo vengono stampati i libri in curdo?

Sono sempre stati stampati ma non era legale. Da 15 anni a questa parte sono nate case editrici che pubblicano anche testi in lingua curda.

Perché hai studiato letteratura?

Avevo un professore di letteratura molto bravo al liceo. Forse la mia voglia di studiare letteratura viene proprio dal buon rapporto che avevo con lui e dal fatto che lui stesso voleva che studiassi letteratura. Il mio primo libro è stato dedicato a lui. Aveva 26 anni quando è stato ucciso e io ne avevo 20.  3 Marzo 2003, di mattina, l’anno ucciso mentre era a scuola. Una delle tante cose che ha fatto il nostro stato. E poi la letteratura mi piaceva, mi piaceva la letteratura classica, la letteratura ottomana, ero curioso, volevo venire a Istanbul. Mio padre era qui prima degli anni ’80, stava studiando nel ’78 Economia all’Università di Istanbul e l’hanno cacciato dalla scuola a causa della sue idee politiche, volevo venire a riscattare la sua esperienza.

Qual è il ruolo della donna nella cultura curda?

La società curda, al contrario di ciò che si pensa, non è basata su un sistema famigliare patriarcale. Al contrario le donne sono in prima linea nella vita quotidiana. Forse a partire dagli anni ’70 questa tendenza si è andata a perdere, ma 300 anni fa era così. Lo vediamo dai testi e dai libri. Nel XI e nel XII sec. non c’erano poetesse nella letteratura ottomana, ma in quella curda si. La donne è anche un tema molto più frequente nella letteratura curda rispetto a quella ottomana. Oltre a questo, le donne hanno un ruolo molto importante anche nella vita politica e nella militanza. È stata fondata un’organizzazione delle donne all’interno del PKK. Le donne sono ascoltate nella società curda. Questa è una cosa che non tutti sanno della cultura curda. Anche i curdi sono musulmani e vivono molte della tradizioni musulmane in maniera più intensa ma la questione delle donne è una cosa molto importante all’interno dell’organizzazione. Questo era così prima e Ocalan stesso ha sottolineato più volte l’importanza della donna  e l’importanza di dimostrarle rispetto.

Anche le donne turche prendono in considerazione l’esempio della donna curda.

Si, il movimento femminista turco è ancora molto nuovo. È solo da 20 anni che si parla di queste tematiche. Prima non c’era nessun organizzazione, nessun partito che si occupasse del problema della donne. È normale che le femministe turche diano valore all’esperienza delle donne curde. Quando qua non c’era niente, là c’era già. Perché le donne da noi erano già organizzate, stavano già lottando.

Parlando della società civile si prende come riferimento il terremoto di Marmara. Che cosa pensi di questi movimenti civili?

Non vedo il terremoto di Marmara come una cosa molto importante per la società civile in Turchia. Anche se le ONG in quel momento si sono riunite non vedo come questo possa essere considerato un fatto di parciolare rilevanza. Perché guardo soprattutto all’attivismo politico della società civile. Penso che sia normale che nei momenti di crisi le ONG si siano riunite. Non è stato con il terremoto di Marmara che le ONG hanno dato un contributo a livello politico. Si, chiaramente adesso con l’apertura all’Unione Europea le ONG sono aumentate, hanno più fondi, ma alla fine non è cambiato molto a livello di mentalità. Quelle che avevano potere prima sono quelle che hanno potere adesso. AKUT per esempio ha avuto molta visibilità durante il terremoto ma alla fine dell’emergenza non hanno continuato il lavoro. Non hanno detto niente allo stato e al governo per prendere misure tali da prevenire altri disastri. Per esempio non hanno detto niente sul perché non ci siano controlli sugli edifici e sul lavoro degli architetti. Hanno aiutato nei momenti di emergenza e poi sono tornati a casa. Per esempio l’azione di Acik Radyo e di SITAP sia un’azione più politica. Credo che le ONG siano importanti quando fanno politica.

Qual è il problema alla radice delle ONG?

Il problema è che non c’è una tradizione di società civile in questo paese. Perché parliamo soltanto adesso di femminismo e di LGBT? Perché la gente inizia a capire solo adesso il problema del razzismo? La stessa domanda vale per la società civile. È una cosa molto nuova che nemmeno lo stato conosceva. Non ha una base. Ok, facciamo per esempio che ci incontriamo, lavoriamo insieme e decidiamo di fondare una ONG per i diritti dei bambini. Vogliamo aprire una sede ma non abbiamo i soldi per l’affitto. Arriva un quarto e dice: ‘va bene, i soldi li metto io’. Le ONG hanno iniziato solo adesso ad avere fondi. Sono iniziati ad arrivare e lo stato ha imparato a conoscere le ONG. L’Unione Europea le conosce. In questo modo piano piano stanno crescendo.

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Turchia: 35 civili morti al confine con l’Iraq ieri notte, per sbaglio, s’intenda!


35 civili che molto probabilmente stavano trasportando merce di contrabbando sul confine tra Iraq e Turchia ieri notte sono rimasti vittime del fuoco dell’esercito turco. L’incidente è avvenuto vicino alla cittadina di Uludere nella provincia turca di Şırnak. Un assalto aereo, assistito anche da velivoli auto-comandati, quelli che in inglese si definiscono “unmanned”, senza uomini a bordo.

Sarebbero stati i droidi senza uomini al comando a rilevare un sostanziale numero di uomini che camminavano in fila sul confine iracheno. E’ indubbio se poi sia stata la mente umana o meccanica a ritenere opportuno sganciare l’attacco.

Un errore di una macchina? Un errore di giudizio? Ciò che pare certo è che in Turchia attraversare il confine di notte in fila indiana sia punibile con la morte.

I corpi della maggior parte delle vittime sono stati ritrovati bruciati. La reazione, non inaspettata, si è sentita fino ad Istanbul, dove un corteo circondato da polizziotti ha marciato per la via principale, rivendicando i diritti di una minoranza che troppo spesso è vittima di questi errori.