Terremoti e unità


A pochi giorni dalla festa nazionale per la celebrazione della fondazione della Repubblica, la Turchia è nel bel mezzo delle solite problematiche interne: minoranze escluse, gruppi indipendentisti violenti, ostilità della popolalzione e drammatizzazione del governo e dei media.

A rendere tutto la situazione più tesa è anche il terremoto che ha colpito l’area di Van nell’Est del paese, dove per adesso si sono contate circa 460 vittime e più di 1500 feriti. A volte le sventure sono davvero coincidenze. Nell’ultimo mese infatti si è riacceso lo scontro tra l’esercito turco e quello dei ribelli del PKK, militanti che combattono per l’indipendenza della minoranza curda. Già a fine Agosto la Turchia aveva attacato le basi dell’organizzazione, definita dall’Unione Europea, Stati Uniti e Turchia terroristica, varcando i confini del paese. Il 19 ottobre il numero di militari turchi uccisi dai ribelli curdi è stato 24. La reazione del governo è stata “dichiarare la guerra e chiudere il dialogo”. Ad Istanbul, il nazionalismo si è riacceso come non mai. Dai palazzi e dalle case sono spuntate bandierone e bandierine rosse con la mezza luna e la stella. Il commento più diffuso per le strade era “Hanno ucciso 24 dei nostri”. Quando la notizia del terremoto ha raggiunto i telegiornali, molti hanno commentato che “Dio ha deciso di punirli. Adesso hanno bisogno di noi”. Nessuno ha detto “sono morti 200 dei nostri” (i primi numeri ufficiali usciti dopo la scossa). Non sono stati pochi i giornalisti contestati per aver lasciato trapelare messaggi discriminatori. Il presidente del Consiglio Recep Tayyip Erodgan ha invece affermato di non aver mai fatto distinzione tra i cittadini del paese, curdi o armeni che siano, e che i media non dovrebbero speculare sull’emotività della gente stimolando il razzismo. Intanto però in un primo momento ha rifiutato tutti gli aiuti offerti da circa 40 paesi in tutto il mondo, affermando che “Ankara è più che preparata a fronteggiare la crisi”. Ma era chiaro fin dall’inizio che era solo uno sfoggio di orgoglio e che la siutazione non era poi tanto sotto controllo come dichiarato. Il terzo giorno dopo il terremoto finalmente è stato ammesso che le tende a disposizione non erano abbastanza e che con l’arrivo della neve e del freddo coloro rimasti senza casa non avrebbero avuto un posto dove ripararsi. Il presidente del Consiglio è stato infatti costretto a rimangiarsi le sue parole ed il Ministero degli Interni ha annunciato che la Turchia accetterà gli aiuti di chiunque paese, senza distinzione (Israele compreso). Oggi (27 ottobre 2011), circa 7 prefabbricati partiti da Israele sono già in viaggio.

Probabilmente se la Turchia avesse accettato prima gli aiuti, i soccorsi sarebbero stati più efficaci, soprattutto considerando il fatto che alcune fonti giornalistiche affermano che in alcuni paesini i soccorsi non sono mai arrivati. In queste situazioni è difficile distinguere le motivazioni delle scelte del governo, che sembravano guidate in principio da puro orgoglio. È anche difficile non chiedersi se la decisione sarebbe stata la stessa se la zona colpita dal terremoto si fosse trovata altrove in Turchia. Triste che in un momento di emergenza, dove i familiari perdono i loro cari e i figli i loro padri, a trionfare tra le righe dei giornali e tra le conversazioni della gente sono ancora problemi di integrazione ed esclusione.

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La rivolta degli invisibii


Un fenomeno nuovo sta emergendo in Italia. Una naturale conseguenza della grande ondata migratoria che ha investito il nostro paese, portando nuove  – e vecchie – problematiche a galla.

Si rivolta finalmente il popolo degli invisibili. Di coloro che lavorano per il nostro paese in condizioni quasi da schiavi, ricoprendo ruoli essenziali per il procedimento della nostra economia e ciònnononstate non ricevono un minimo di considerazione sociale.

In barba all’immobilismo degli italiani, che da anni ormai subiscono senza fiatare, i nostri nuovi compaesani, molto spesso non riconosciuti e non esistenti per le autorità, decidono di farsi vedere, di farsi sentire e manifestare la loro presenza ed il loro disagio.

Cosa significa questo agli occhi degli italiani cosiddetti “veri” e autoctoni? Come queste manifestazioni possono influenzare la nostra visione dell'”immigrato”? Cambia qualcosa vederli sfilare come facciamo anche noi a volte, chiedendo più dignità e un pieno rispetto dei diritti come lavoratori? Servirà forse a farli apparire sotto una luce più umana? Stimolerà qualche risposta emotiva di solidarietà?

La strada verso il rispetto dei diritti dell’immigrato è lunga, ostacolata dalla distinzione legale di “regolare” o “irregolare”, “comunitario” o “extra-comunitario”. Troppo spesso viene dimenticata la carta dei diritti umani, a favore della legislatura nazionale, per la quale chi non è “regolare” non può essere titolare di tali diritti.

D’altronde, sono i confini nazionali che contano. Trapassare questi confini senza chiedere il permesso e ricevere l’autorizzazione significa troppo spesso perdere il diritto di essere tutelato: finire per essere invisibile.