Cosa succede adesso a Istanbul (o cosa succederà)?


È stato un inizio di estate particolare a Istanbul. Il paese ha vissuto per qualche settimana il sogno di una rivoluzione. Alcuni erano davvero convinti che avrebbero ottenuto, se non le dimissioni del governo AKP tanto richieste dagli slogan dei cortei, un cambio radicale dello scenario politico.

Nelle ultime settimane, durante le quali si sono susseguiti episodi di scontri tra polizia e manifestanti in diverse parti della città, i “capulcular” (spregiativo usato dal primo ministro Erdogan e adottato di buon grado dai manifestanti) si stanno rendendo conto di essere in una situazione molto peggiore di quella che credevano.

Non solo è aumentata la pressione, ma la reazione del partito di opposizione e del resto della classe politica ha dimostrato la realtà di un paese ancora non in grado di offrire rappresentanza politica a una fetta piuttosto consistente dell’elettorato.  Le proteste hanno portato ad una stretta di vite. Multe per coloro che hanno partecipato a tencere ve tava, (pentole e padelle), un’originale dimostrazione di dissenso e supporto per le proteste consistente nel generare rumore con stoviglie dalla finestra di casa a partire dalle 9 di sera; divieto di slogan in Gezi Park, dove qualsiasi parvenza di protesta è soffocato sul nascere a suon di gas e idranti e presenza costante e massiccia della polizia nella zona del parco, Taksim e Istiklal.

Per non parlare degli arresti legati alle proteste che sono ancora in corso. Inoltre rimangono da chiarire le circostanze di morte delle cosiddette “vittime di Gezi”.  Ali Korkmaz ha perso la vita in ospedale a causa delle ferite riportate dopo essere stato assalito da delle persone con abiti civili nella città di Eskisehir. Nella strada dove è avvenuto il pestaggio c’erano tre telecamere, dichiarate dalla polizia come “non funzionanti”. Esiste tuttavia la registrazione di una delle telecamere fino pochi minuti prima del pestaggio. Rimane ancora da chiarire anche il caso di Ethem Sarısülük, ucciso da un colpo di arma da fuoco durante le proteste. Un video disponibile anche su Youtube mostra il momento esatto nel quale Ethem si accascia a terra, mentre un poliziotto si avvicina al manifestanti sparando colpi in aria e altri poliziotti guardano da lontano.

Intanto il Dipartimento di Sicurezza Generale ha annunciato recentemente di stare lavorando su un nuovo progetto chiamato Sırdaş Polis (Polizia Confidenziale), che prevede l’installazione di torrette di quartiere per la segnalazione di comportamenti inadatti e crimini da parte dei cittadini.

I manifestanti, gli attivisti e i cittadini che hanno partecipato al movimento di dissenso, in risposta, stanno cercando altre vie di organizzazione per tenere in vita lo spirito di “resistenza”. Si moltiplicano i blog per sostenere il movimento, siti internet per tentativi di “democrazia diretta” sullo stile dei paesi nordici e giornali online d’informazione. In diversi quartieri di Istanbul sono nate piattaforme di discussione, mentre in molti parchi della città sono allestite piccole “occupazioni”, con workshop e mercati di baratto autogestiti. Sparsi per la città invece sono stati allestiti piccoli “santuari” in ricordo delle vittime delle proteste.

Il paese si avvicina alle elezioni amministrative, previste per Marzo 2014. Uno dei problemi che possono essere interpretanti come scatenanti delle proteste è la mancanza di un partito di opposizione forte e dai larghi consensi, nonché l’esclusione di partiti minoritari. Se tra i manifestanti vi erano molti “kemalisti”, inclini a votare per il Partito Popolare Repubblicano (CHP), ve ne erano anche altrettanti elettori di partiti minoritari, i quali rimangono sistematicamente tagliati fuori dal parlamento a causa della soglia di sbarramento al 10%.

Prevedere cosa succederà e indovinare a cosa porterà questa volontà di cambiamento diffusa in una parte della popolazione è difficile se non improbabile come obiettivo. Quello che non sta succedendo è il processo di creazione di un partito o di entità politiche che ambiscono ad influenzare lo scenario politico. L’argomentazione di molto attivisti contro la fondazione di un nuovo partito è la mancanza di coesione all’interno del movimento di protesta e l’impossibilità di raggruppamento sotto una sola bandiera.

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