Io sto dalla parte dei Kenyoti che voteranno per la pace


  ( Voglio pace )

 

  ( Change we Need)

Meno di due mesi alle prossime elezioni in Kenya.

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Multikultur… oder was?


Le affermazioni di Angela Merkel arrivano subito dopo la pubblicazione sui media europei dei risultati di un sondaggio della Università di Leipzig, svolta per la Friedrich Ebert Foundation in collaorazione con il Partito Social-Democratico, che rivelano sentimenti di intolleranza e insofferenza dei cittadini tedeschi verso gli immigrati . In particolare, il sondaggio svela che il 32% dei tedeschi intervistati concorda con l’affermazione “quando c’è carenza di posti di lavoro gli stranieri dovrebbero essere rimandati a casa”, un 34% è “d’accordo” o “estremamente d’accordo” che “gli immigrati vengono qui solo per sfruttare il sistema sociale tedesco”, mentre il 35% pensa che “la Germania ha raggiunto un livello pericoloso di influenza straniera come risultato di un alto numero di stranieri nel paese”.

A seguito di queste pubblicazioni, la Merkel si affretta ad annunciare la novità: “Il piano multiculturale è fallito, assolutamente fallito”. Durante il suo discorso, tenutosi durante il congresso dei giovani del Cdu e Csu, la cancelliera tedesca afferma inoltre che “integrazione” dev’essere la parola d’ordine per il futuro e che per gli stranieri è necessario non solo imparare le istituzioni ed il diritto tedesco, ma anche la lingua.

Ora, un’affermazione del genere sembra paradossale da più punti di vista. Prima di tutto qual’era il modello multiculturale? Quali sono le alternative se questo è fallito? Perchè si parla di integrazione come in opposizione al modello multiculturale? Per definizione una società “multiculturale” è una società dove più culture coesistono integrativamente, pacificamente, pur senza fondersi l’una con l’altra.

Cosa intende dire la Merkel dicendo che questo progetto è fallito? Quale società ha in mente? Che gli stranieri che si trasferiscono a vivere in un altro paese abbiano piene facoltà di integramento anche grazie all’apprendimento della lingua d’arrivo non è una novità. Vivere in un posto senza saperne la lingua e poter perciò comunicare quotidianamente non è integrazione.

Multiculturalità implica il concetto di integrazione al suo interno. Una società dove le culture coesistono senza integrarsi è invece chiamata  pluriculturale. “Multi”  e “Pluri” di fatto hanno lo stesso significato: “più di una”. Ciononostante il suffiso “multi” ha assunto da lungo tempo nel campo degli studi interculturali un’accezione positiva. Una moltitudine che non è “pluri”, ma più amichevole.

Ma la vera domanda è: a cosa servono queste affermazioni della Merkel? Perchè quando viene pubblicato un sondaggio che rivela che i tedeschi hanno paura degli stranieri sono gli stranieri a costituire il problema e non i tedeschi? Sono i tedeschi ad essere stati intervistati d’altronde. Nessuno ha chiesto agli stranieri se vanno in giro a spaventare i tedeschi o come si sentono loro ad essere immigrati in Germania. Nessuno è andato a chiederli quanti di loro parlano il tedesco e quanto pensano che questo sia importante per la loro integrazione. E prima di tutto se loro la vogliono questa integrazione.

Invece no. Sono i tedeschi ad essere stati interpellati. Sono i tedeschi che si sentono minacciati dagli stranieri, e non perchè parlano una lingua diversa, ma perchè credono che questi ultimi stiano sfruttando illegittimamente il loro sistema welfare e i loro posti di lavoro.  La soluzione a questa situazione è che gli stranieri imparino il tedesco.

Non c’è apparentemente nessuna sequenza logica tra queste affermazioni. Il problema non è se gli stranieri parlano tedesco o no. Il problema è che i tedeschi non vogliono gli stranieri per ragioni prettamente economiche e perchè pensano che la società tedesca starebbero meglio senza.

Ciò che la Merkel e gli altri leader europei –  che hanno a che fare con gli stessi atteggiamenti anti-immigrazione – dovrebbero chiedersi è perchè i tedeschi – e più in generale i cittadini europei –  hanno così paura dei “nuovi” arrivati e perchè non gradiscono la presenza degli stranieri in quanto “others”. Solo dopo sarà possibile ricostruire un nuovo modello “multiculturale”, ma che sia davvero un modello e non un semplice lasciar andare i fatti al loro corso.

Questo tipo di riflessione non può evitare considerazioni di tipo più ampio, che mettano in discussione la stessa nozione di cittadinanza ed appartenenza.

Gli stranieri non sono ben accetti e vengono individuati come fonti di problema perchè ritenuti “ospiti”, una componente “in più” all’interno della società.

La possibilità di considerare i migranti come fattore naturale e conseguenza spontanea della mobilità internazionale e perciò come cittadini legittimi di ogni pezzo di questa terra non viene neanche paventata.

Il problema degli europei è che sentono la loro terra come propria. Dopo anni di campagne nazionalistiche i cittadini reclamano la loro esclusività sui confini che gli sono stati assegnati.

La rivolta degli invisibii


Un fenomeno nuovo sta emergendo in Italia. Una naturale conseguenza della grande ondata migratoria che ha investito il nostro paese, portando nuove  – e vecchie – problematiche a galla.

Si rivolta finalmente il popolo degli invisibili. Di coloro che lavorano per il nostro paese in condizioni quasi da schiavi, ricoprendo ruoli essenziali per il procedimento della nostra economia e ciònnononstate non ricevono un minimo di considerazione sociale.

In barba all’immobilismo degli italiani, che da anni ormai subiscono senza fiatare, i nostri nuovi compaesani, molto spesso non riconosciuti e non esistenti per le autorità, decidono di farsi vedere, di farsi sentire e manifestare la loro presenza ed il loro disagio.

Cosa significa questo agli occhi degli italiani cosiddetti “veri” e autoctoni? Come queste manifestazioni possono influenzare la nostra visione dell'”immigrato”? Cambia qualcosa vederli sfilare come facciamo anche noi a volte, chiedendo più dignità e un pieno rispetto dei diritti come lavoratori? Servirà forse a farli apparire sotto una luce più umana? Stimolerà qualche risposta emotiva di solidarietà?

La strada verso il rispetto dei diritti dell’immigrato è lunga, ostacolata dalla distinzione legale di “regolare” o “irregolare”, “comunitario” o “extra-comunitario”. Troppo spesso viene dimenticata la carta dei diritti umani, a favore della legislatura nazionale, per la quale chi non è “regolare” non può essere titolare di tali diritti.

D’altronde, sono i confini nazionali che contano. Trapassare questi confini senza chiedere il permesso e ricevere l’autorizzazione significa troppo spesso perdere il diritto di essere tutelato: finire per essere invisibile.